Come si vince la sfida di rendere la sanità digitale

Agli Stati generali dell'Economia della Salute digitale una riflessione sulle sfide tecnologiche e legislative da vincere per digitalizzare il mondo della salute italiana

Generico 16 Mar 2026

La digitalizzazione della sanità, la raccolta di dati, l’introduzione di una tecnologia come l’intelligenza artificiale: come si portano questi strumenti dai laboratori di ricerca delle università e delle aziende farmaceutiche alla pratica quotidiana negli ospedali e negli studi dei medici di medicina generale? Questo il tema al centro dell’ultimo panel del pomeriggio di venerdì 20 marzo degli Stati generali dell’Economia della salute, in programma a Varese alle Ville Ponti.

Cosa serve, dunque, per il passaggio dalla sperimentazione alla clinica? «L’imperativo categorico è quello di rendere il digitale qualcosa di ordinario: oggi spesso è una vetrina, ma deve diventare normalità», ha esordito Emanuele Lettieri, Direttore scientifico dell’Osservatorio Life Science Innovation del Politecnico di Milano e membro del Comitato tecnico scientifico dell’Intergruppo Parlamentare Sanità Digitale e Terapie Digitali. «Per riuscirci», ha proseguito, «dobbiamo declinare quella parola chiave che a livello scientifico è replicabilità e che in sanità diventa trasferibilità. Quando lanciamo un progetto pilota, dobbiamo chiederci se i suoi risultati sono trasferibili e scalabili». Per raggiungere questo obiettivo «è fondamentale l’integrazione dei sistemi operativi, occorre lavorare sulla governance per estendere un progetto anche ad altri territori, ma è centrale anche la fiducia», ha concluso, «sia da parte dei pazienti, ma ancora di più dei professionisti: se oggi discutiamo ancora della scalabilità della telemedicina è perché spesso sono stati proprio loro a non cavalcare l’innovazione».

Sono cinque le leve da implementare per la digitalizzazione della sanità. La prima riguarda la governance, che «non deve essere della singola azienda sanitaria, ma deve essere gestita a livello regionale», ha spiegato Alessandro Stecco, direttore del Centro Studi Telemedicina e Sanità Digitale UPOTELEMED all’Università del Piemonte Orientale. Poi c’è il tema dell’interoperabilità dei dati, ovvero del fatto che le modalità di raccolta siano uniformi per rendere tali i dati raccolti da diversi enti. Un tema «sul quale siamo stati fortemente criticati da Lancet, ma che negli ultimi due anni è molto migliorato». Ancora, la digitalizzazione dei documenti, che «deve essere pensata per consentire un monitoraggio costante dei pazienti». Quindi gli acquisti: «le aziende sanitarie devono smettere di comprare degli oggetti o delle tecnologie e iniziare a comprare il risultato che queste ultime garantiscono». E infine la formazione, tanto più centrale in un paese in cui «il 60% degli operatori sanitari si sente poco o nulla formato nell’uso del digitale in ambito clinico».

Queste, dunque, le sfide per chi sviluppa la sanità digitale. Renderla pratica comune è però una sfida che chiama in causa anche la politica. Ad aprile «arriverà in aula la legge sulle terapie digitali», ha spiegato Simona Loizzo, membro della Commissione XII Affari sociali alla Camera dei Deputati e Presidente dell’Intergruppo Parlamentare Sanità Digitale e Terapie Digitali. La norma che sarà approvata a metà aprile «darà l’impalcatura della rimborsabilità delle terapie digitali, che entrerannio a far parte dei livelli essenziali di assistenza» e definirà le modalità di riutilizzo dei dati, che «è importante siano messi a disposizione sia degli enti locali che a livello centrale». Non è finita: «Ora stiamo lavorando, insieme al ministero delle Imprese e del Made in Italy e a quello della salute», ha concluso, «per finanziare, dal 2026 al 2029, le startup più innovative nel settore della sanità digitale».

La digitalizzazione è fondamentale anche per chi fa ricerca. «L’utilizzo del digitale riduce i tempi di elaborazione di nuovi farmaci», ha sottolineato Sara Cazzaniga, Institutional Engagement And Scientific Partnership Director e membro del Consiglio Direttivo di Iqvia, «il ricorso ai dati riduce il tempo di sviluppo e anche il numero di pazienti da coinvolgere nella sperimentazione, riducendo in questo modo anche i costi».

La diffusione del digitale in un contesto come quello legato alla salute impone anche la sfida di garantire la diffusione di un’informazione di qualità. «Se non ci riusciamo, il rischio è che i cittadini, di fronte a così tante informazioni, finiscano per fare un uso corretto dei farmaci», il monito di Michele Albero, presidente di Federchimica Assosalute. Citando una ricerca svolta in collaborazione con il Censis a fine 2025 ha ricordato come «il 49,6% degli italiani oggi usa un chatbot per cercare informazioni sui piccoli disturbi di salute e sui farmaci da banco, una percentuale che sale al 70% tra i più giovani. E il 37% non approfondisce le informazioni che riceve».

Questa transizione digitale della sanità va di pari passo anche con l’altro cambiamento in atto, quello legato alla sostenibilità ambientale. Lo ha ricordato Raffaello Innocenti, CEO and Managing Director di Chiesi Italia. «Ci siamo dati l’obiettivo di raggiungere le emissioni zero entro il 2035, ovvero 15 anni prima dell’obiettivo posto dagli accordi di Parigi», ha spiegato, «già oggi tutti i nostri siti produttivi usufruiscono di energia rinnovabile al 99%».

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Riccardo Saporiti
riccardo.saporiti@varesenews.it
Pubblicato il 20 Marzo 2026
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