Scoprire l’anima dell’Asia attraverso il suo Dio

Colloquio con Ilaria Maria Sala,corrispondente per le Monde, il Sole 24 ore e Diario della settimana, autrice del reportage, "Il Dio dell'Asia"

C’è un mondo che sta diventando sempre più vicino e sempre più temuto, ma che è ancora culturalmente lontanissimo: è quello asiatico, quello legato al grandissimo territorio cinese e ai paesi limitrofi. Un mondo che meno si conosce e più si teme, e che viene affrontato dal lato che è proprio agli occidentali, l’unico che agli occidentali importa, con l’unico linguaggio che davvero capiscono: quello dell’economia.  
Ma forse per capire quelle popolazioni, con cui tutto l’occidente avrà bisogno di fare i conti, è meglio partire dall’anima. E ad affrontare queste pulsioni e renderle dato sociologico ci ha pensato un reportage di Ilaria Maria Sala, "Il Dio dell’Asia" (ed. il Saggiatore), recentemente presentato alla videoteca di Bodio Lomnago. Il punto di vista della Sala, che in questo volume affronta i legami tra pulsioni religiose e politica, non è accademico: la giornalista, corrispondente da Hong Kong, abita lì da molti anni e per raccontare le situazione dei casi più emblematici si è trasferita lì e ci ha vissuto per mesi.

 

«Sono di Bologna e ho fatto il liceo linguistico a Firenze – spiega infatti – Quando si è trattato di pensare cosa fare dopo il liceo ho riflettuto sulle lingue che conoscevo e mi sono detta: so l’inglese, il francese e lo spagnolo, il che significa che sono troppo eurocentrica. Che faccio per rimediare? Parto. Così,sono andata prima a Londra, alla School of Oriental and African studies con una borsa di studio. Ho scelto quella scuola perché nel secondo anno di corso portava direttamente in Cina, permettendomi così visitare subito il paese ed essere nelle condizioni in fretta di decidere se mi sarebbe piaciuto l’oggetto del mio studio».


Ilaria Maria Sala (nella foto), ora corrispondente per le Monde, il Sole 24 ore e Diario della settimana, ha scoperto di voler conoscere quei luoghi solo arrivandoci là. In un momento, peraltro, durissimo:
«Arrivai in Cina in un momento storicamente importantissimo. Era l’88-’89, quello degli scontri di piazza TienAnMen. Noi studenti stavamo proprio a Pechino, ospiti di una delle due università da cui gli studenti sono poi fuoriusciti.  Il movimento della primavera del ‘89 era nato per onorare la memoria di Hu Yao Bang, un leader riformista del partito comunista cinese morto in disgrazia: era un politico molto avanti rispetto ai tempi, che proponeva aperture che il partito non comprendeva. Non si trattava perciò di una rivolta inizialmente, ma semplicemente di manifestazioni a sostegno di un leader di partito (non un dissidente perciò) ingiustamente dimenticato. Diventò rivolta man mano, quando il regime reagì con una totale chiusura alle manifestazioni degli studenti».

Una situazione choccante, per la durezza delle repressioni ma anche per i comportamenti degli occidentali che assistevano alle "battaglie", e che ha posto Ilaria e i suoi colleghi di stage davanti alle più gravi contraddizioni e alle più grandi domande, a pochi mesi dal loro arrivo in Cina:«Tutte le riflessioni su quel che è successo le ho fatte solo dopo: allora fu diverso, tenuto conto che avevo vent’anni e che venivo da Bologna e che vedevo per la prima volta una manifestazione con un milione di persone, con i carrarmati che passavano per le strade. Di fronte agli avvenimenti noi studenti esteri abbiamo avuto reazioni molto diverse: alcuni decisero che non avrebbero mai più messo piede in Cina, altri come me invece si attaccarono ancora di più a quella terra. Io in particolare volevo restare lì per avere più elementi: e questa curiosità è stata l’inizio di quel che si è poi incanalato nel mestiere di giornalista» E che ha portato Ilaria a stabilirsi definitivamente in quelle regioni: «Sono rimasta a Pechino per tutto il periodo dello stage, poi sono tornata a Londra per finire l’università  e alla fine sono ripartita per Tokio. Ora da 8 anni vivo ad Hong Kong, dove sono presidente dell’associazione dei corrispondenti esteri»

Proprio per la sua storia, può raccontare quindi cosa succede quando cultura orientale e occidentale sin incontrano…
«Innanzitutto, forse a volte si tende a confondere il termine “occidentale” con "modernità". Quello che posso raccontare è che ho visto come l’impatto col moderno influenza la vita delle persone, in che modo modificano il loro rapporto con il divino. Per esempio, la Mongolia è uscita da pochissimo da settant’anni di regime sovietico dove non ha potuto esercitare le sue religioni tradizionali, cioè il buddismo tibetano e lo sciamanesimo. E ora c’è un rifiorire di ogni forma di spiritualità, che però ha coinciso anche con una grossa apertura economica, con l’impatto con l’occidente e soprattutto gli Stati Uniti, che hanno la tendenza ad esportare Nba e bibbia tutti insieme, in una specie di “pacchetto tutto compreso” culturale e costringe ad affrontare in modo molto forte il contrasto tra tradizione e globalizzazioneIn Malesia invece, paese ufficialmente musulmano ma dove c’è un ampia minoranza (il 40%) di cinesi e indiani,  la situazione è completamente diversa perché tra il tentativo di modernizzazione del paese e il tradizionalismo islamico si stanno creando alcune tensioni, che ho anche osservato nel libro: soprattutto il ruolo delle donne e delle persone che si sono ritrovate dopo secoli ad avere classe dirigente influenzata dai cambiamenti in medioriente».

Noi occidentali tendiamo a considerare l’oriente al singolare, come se fosse un’unica realtà. Queste prime osservazioni fanno capire che il cosiddetto “oriente” è una realtà ben più complessa e variegata.
«Noi abbiamo effettivamente una visione ottocentesca della regione, di un oriente spirituale in contrasto con le tigri economiche. Ma è un pensiero molto generico: l’Asia ha una spiritualità molto complessa e variegata che non è certo riducibile ad un unica definizione. Malgrado ciò però ho scelto come titolo del mio libro “il Dio dell’Asia” perché volevo descrivere in che modo la spiritualità umana si declina in quella fetta di mondo, partendo da una necessità comune».

Come mai il libro accosta religione e politica?
«Questa è una regione che dopo un breve periodo di silenzio (si tratta meno di un secolo) sta riprendendo nel mondo un ruolo determinante. E cerca potere, c’è fretta di riacquistare un posto che sono convinti di meritare e che per un secolo è stato sopito. Il ruolo della Cina in Asia è ogni giorno più influente. La Cina però resta un paese non democratico, e non ha mai saputo operare una distinzione tra stato e chiesa. Lì sono i quadri del partito a decidere chi è il Budda vivente o il Vescovo della regione: e lo stato cinese interferisce nelle religioni perché non concepisce due lealtà, una al governo e una alla chiesa. Non è nella mentalità comunista, ma non lo è nemmeno in quella della Cina imperiale. Quello che cerco di vedere in questo testo è di andare a vedere come la politica influenza il modo in cui le persone vivono la spiritualità. L’ho fatto andando a vivere in alcune di quelle regioni».

Questa è una parte di mondo con cui siamo destinati a fare i conti: ma cominciare dalla spiritualità sembra partire dalla cosa meno concreta. E’ giusto o no?
«Dipende: io parto da un approccio laico, non ho un interesse di partenza, ma penso che l’11settembre abbia insegnato a tutti che questi argomenti abbiano conseguenze molto più tangibili del previsto sulla vita quotidiana. E non è il caso di far finta di dimenticarsene: sennò ci scoppierà in mano questa "dimenticanza". Perché quella della spiritualità è una necessità umana imprescindibile. una grande forza che muove le persone»

Però questo è un mondo di cui si continua ad avere paura.
«Il timore dell’altro è cosa umana ma contrastabile, ed è doveroso contrastarla. Perché l’altro siamo tutti, e il timore dell’altro è timore di sè. Le barriere che si costruiscono ci si rivoltano contro. È vitale accettare la realtà dei fatti: porre delle barriere  è una strategia masochista e perdente. D’altra parte, ho visto produttori italiani venire in Cina per produrre a bassi costi, approfittando del fatto che venire qui voleva dire fare dei lavoratori quello che volevano. Non è giusto: nemmeno per i lavoratori italiani, perchè se vogliono difendere il lavoro in Italia va difeso il lavoro in Cina, perché il diritto dei lavoratori è universale».

E invece?
«
Invece mi sono vista passare davanti al naso decine di imprenditori italiani che non avevano alcun problema a far lavorare i cinesi 16 ore filate per un euro. Ora: in questo caso il nemico è il lavoratore cinese o chi li sfrutta? E adesso, dopo avere ignorato il lavoro cinese per 20 anni, sono capaci di lamentarsi del fatto che circolano in Italia prodotti a mezzo euro, che rovinano il mercato»

 

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Pubblicato il 16 Maggio 2006
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