È Rodari, bellezza

Al Lago Maggiore, Gianni Rodari, è stato per poco, come giovane maestro. Ma ha lasciato molto: i sorrisi dei suoi alunni, oggi nonni con belle storie da raccontare ai nipoti e la fantasia che si respira nei locali dove i bambini imparano a esprimersi in libertà con gli strumenti degli artisti

gianni rodari

La prima puntata di uno speciale di VareseNews dedicato al legame tra Gianni Rodari e il nostro territorio nell’anno delle celebrazioni per i cent’anni dalla sua nascita.

“Preferisco le storie che finiscono con il punto interrogativo così uno per rispondere deve inventarsi qualche cosa”. Rispondeva così Gianni Rodari alle domande dei piccoli intervistatori nel corso di un servizio andato in onda sugli schermi della televisione svizzera. La fantasia, è quasi superfluo dirlo, è il perno su cui è fiorita tutta la sua attività di scrittore per l’infanzia.

La stessa fantasia si respira oggi nei locali dove, seppur per poco, insegnò ai bambini di Ranco all’inizio degli anni Quaranta. La stanza, che fu la classe del “maestrino di Gavirate”, a un passo dal palazzo comunale, ospita un progetto di educazione all’arte innovativo, condotto con passione da Paola D’Angelo. Far esprimere con gli strumenti degli artisti, quella magia e quella visione del mondo che solo i bambini possiedono, è lo scopo alla base di questo percorso che oggi è forse uno dei tributi più autentici alla bellezza e alla poesia di quanto Rodari ci ha insegnato.

Cento anni di Rodari, il “maestro che non si dimentica”

Nel 2020 si celebrano i cento anni dalla nascita di Gianni Rodari (Omegna 23 ottobre 1920 – Roma 14 aprile 1980), un anniversario speciale e un’occasione per ricordare quel filo che lega lo scrittore al nostro territorio. Sono tantissime le iniziative che stanno sbocciando in provincia e in tutta Italia per ricordare la sua opera.

Sul Lago Maggiore, il maestro Rodari non rimase a lungo ma abbastanza da lasciare un’impronta di affetto nei ricordi dei suoi piccoli studenti – molti di loro sono oggi dei nonni – che erano abituati a maestri severi e rigorosi e si trovarono invece a far lezione con un ventenne sorridente e dai modi gentili, seppur autorevole.

Rodari in paese arrivava in corriera e poi raggiungeva la scuola in bicicletta con libro e giornale sotto al braccio e quando ce n’era l’occasione portava i ragazzi all’aperto a osservare la natura, i boschi e i campi. Ranco fa capolino talvolta nei suoi scritti o nelle sue testimonianze come questa:

Tre volte in vita mia sono stato burattinaio: da bambino, agendo in un sottoscala che aveva una finestrella fatta apposta per assumere il ruolo di boccascena; da maestro di scuola, per i miei scolari di un paesetto in riva al lago Maggiore (uno di loro, ricordo, quando andava a confessarsi raccontava nel quaderno del “diario liberol’intera confessione, domande e risposte); da uomo fatto, per qualche settimana, con un pubblico di contadini che mi regalavano uova e salsicce. Burattinaio, il più bel mestiere del mondo.”

Negli anni precedenti Gianni Rodari aveva fatto da insegnante privato a una famiglia di Lentate (Sesto Calende), era la sua prima volta da maestro, come raccontò nella Grammatica della Fantasia. I suoi piccoli alunni si chiamavano Eva e Franco Sauer, avevano 9 e 12 anni. Erano i figli di una coppia di agricoltori di origine ebraica:

“Vivevo con loro in una fattoria sulle colline presso il lago Maggiore. Con i bambini lavoravo dalle sette alle dieci del mattino. Il resto della giornata lo passavo nei boschi a camminare e a leggere Dostoevskij. Fu un bel periodo, finché durò. Imparai un po’ di tedesco e mi buttai sui libri di quella lingua con la passione, il disordine e la voluttà che fruttano a chi studia cento volte più che cento anni di scuola”.  

Finché durò, scriveva Rodari. Le lezioni alla Cascina Piana“, la si può osservare ancora oggi al bivio tra Taino e Lentate, non terminarono con il suono della campanella ma con un primo triste rintocco della tragedia che si stava avvicinando. Con l’entrata in vigore delle Leggi razziali i Sauer furono costretti a lasciare tutto e a fuggire, di quella storia non si conosce la fine.

“Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte né per mare né per terra: per esempio, LA GUERRA”. Gianni Rodari, Promemoria

I piccoli alunni di Rodari, fuggiti dai nazisti e dalle leggi razziali

di mariacarla.cebrelli@varesenews.it
Pubblicato il 22 gennaio 2020
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