“In Ticino non esistono i codici Ateco, la libera interpretazione è un rischio”

Giuseppe Augurusa, coordinatore nazionale della Cgil per la categoria dei frontalieri, fa il punto della situazione sui provvedimenti presi dalle autorità svizzere

Frontalieri

La questione frontalieri nel momento più delicato dell’emergenza sanitaria rimane un problema aperto. Dei passi avanti da parte delle autorità elvetiche sono stati fatti, come spiega Giuseppe Augurusa coordinatore nazionale della Cgil per la categoria dei frontalieri. «Si è aperto uno spiraglio importante nell’atteggiamento della Svizzera – dice il sindacalista – Bellinzona si è mossa, Berna mostra ancora molta rigidità, ma è indubbio che c’è stato un cambio di direzione sulla necessità di chiudere le aziende e ridurre al minimo la presenza di lavoratori».

Il sindacalista in questa fase invita «a tenere i nervi saldi» e a stabilire alcune priorità tra cui il monitoraggio sul provvedimento preso dalla Svizzera lasciato alla libera interpretazione delle imprese. «Gli svizzeri a differenza dell’Italia – spiega Augurusa-  non hanno i codici Ateco e quindi i margini di interpretazione sono ampi. L’accordo tripartito che stabilisce di tenere attivo il minimo dei lavoratori, sembra essere efficace, considerato che il flusso di frontalieri è calato del 50 per cento. Ora dobbiamo confidare nel fatto che le autorità svizzere non concedano deroghe».

I frontalieri sono un perno fondamentale dell’economia svizzera ma l’emergenza sanitaria ha fatto emergere uno squilibrio che rischia di far implodere il sistema. Lo scambio economico tra salari mediamente più alti contro una totale flessibilità e basse tutele non regge di fronte al rischio di contagio da Covid-19. Una riflessione che soprattutto partiti come l’Udc, partito della destra ticinese in passato autrice di campagne aggressive contro i lavoratori frontalieri, dovrebbe avviare.

«In questa fase – continua Augurusa – bisogna continuare a lavorare sulla riduzione della presenza di frontalieri e per fare questo bisogna agire di concerto con i comuni di confine. In Ticino si punta al 20% della presenza nelle aziende, sperando che nel tentativo di evitare il danno epidemico non si finisca nella beffa dei licenziamenti. Bisogna trovare un equilibrio che in questa fase è fondamentale per preservare la salute dei lavoratori ed evitare la perdita di posti di lavoro che sarebbe un danno anche per i comuni di confine».

La Confederazione in questa fase di emergenza sembra procedere in ordine sparso, tanto che i cantoni Grigioni e Vallese continuano ad avere un atteggiamento intransigente rispetto alle richieste di sindacati e lavoratori. Non meglio le cose sono andate nei rapporti tra stati: in più occasioni le autorità svizzere hanno deciso di chiudere  unilateralmente i valichi di frontiera. La Farnesina è intervenuta più volte preoccupata anche del fatto che l’emergenza coronavirus non diventasse la scusa per fare licenziamenti di  massa. Secondo Augurusa, sono tre gli interventi urgenti da fare: riproporre in Svizzera l’accordo fatto in Italia tra parti sociali e governo italiano, incentivare il telelavoro in tutti i casi dov’è possibile farlo e rendere esigibili i dispositivi di protezione individuale.

«Come sindacato siamo intervenuti anche nei Cantoni più refrattari – conclude il sindacalista -. Siamo in contatto permanente con il rappresentante dei sindaci di confine, Massimo Mastromarino, primo cittadino di Lavena Ponte Tresa, perché mai come in questo momento è necessario lavorare insieme».

di michele.mancino@varesenews.it
Pubblicato il 29 marzo 2020
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