La Cassazione conferma l’assoluzione per Stefano Binda

La corte di Cassazione conferma l'assoluzione. «È la fine di un incubo vissuto da sveglio», ha commentato Binda non appena ricevuta la notizia

Stefano Binda assolto in Cassazione

La telefonata dell’avvocato di Stefano Binda arriva in serata: la Cassazione ha respinto il ricorso, confermando l’assoluzione del suo assistito.  «È la fine di un incubo vissuto da sveglio», ha commentato Binda non appena ricevuto la notizia, accolta insieme alla madre Mariuccia, presente in casa in quel momento.

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La decisione della Cassazione arriva dopo una storia giudiziaria lunga che ha subito clamorosi ribaltamenti con al centro le sorti di Stefano Binda, 54 anni, arrestato nel 2016 e che dopo oltre tre anni di carcerazione in custodia cautelare si è visto condannare all’ergastolo, il 24 aprile 2018.

Processo Lidia Macchi

Ma il verdetto dei giudici della corte d’assise di Varese è stato stravolta dal giudizio di secondo grado arrivato il 24 luglio dell’anno successivo: imputato scarcerato e ricorso in Cassazione da parte della procura generale e delle parti civili, i famigliari di Lidia Macchi: fratello, sorella e madre della studentessa trovata assassinata il 5 gennaio 1987 non distante dall’ospedale di Cittiglio.

Trentaquattro anni quasi esatti sono passati da quella tragedia che sconvolse la comunità di giovani appartenenti a Comunione e Liberazione, gruppo di cui faceva parte Lidia Macchi e lo stesso Stefano Binda.

Una comunanza, come lo stesso istituto superiore frequentato che sono valsi come elementi su cui ha gravitato parte dell’attenzione processuale. Perché i due elementi principali del procedimento vertevano sulla presenza di Binda ad una vacanza a Pregelato che l’imputato sosteneva di aver fatto proprio nei giorni dell’omicidio.

E oltre a questo fu la lettera inviata alla famiglia proprio il giorno del funerale della ragazza che accese, molti anni dopo, l’attenzione prima mediatica e poi processuale sullo stesso Binda diventato il principale accusato: la sua grafia venne riconosciuta dalla testimone Patrizia Bianchi che ne custodiva alcune cartoline: «Chi ha scritto la lettera alla famiglia contenente elementi che solo l’assassino poteva sapere è l’assassino di Lidia Macchi. E se la lettera l’ha scritta Binda, allora il colpevole è lui».

Questo il ragionamento ritenuto valido dalla corte in primo grado e smontato in appello.

Una storia processuale fatta di vetrini contenenti il liquido seminale dell’assassino andati distrutti oltre a indagini improbabili come quelle su Giuseppe Piccolomo, il killer delle mani mozzate indagato e poi scagionato dalle accuse dopo l’avocazione del procedimento da parte della procura generale di Milano, nel 2013.

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 27 Gennaio 2021
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