Leggere per non dimenticare

Liliana Segre e Goti Bauer arrestate a due passi dal confine svizzero, la strage di Meina, la vita di Calogero Marrone. Voci della Shoah a Varese e nel Nord Italia

Per molti ebrei il territorio varesino ha rappresentato la fine della speranza. L’ultima tappa per chi è stato catturato, spesso tradito da chi avrebbe dovuto metterlo in salvo, a pochi passi dal confine svizzero. È stato il Miogni, per gli ebrei arrestati e imprigionati nel carcere di Varese. Ma non solo. Abbiamo scelto alcuni libri che raccontano storie di uomini e donne che hanno vissuto sulla propria pelle la violenza e la brutalità naziste.

Liliana Segre, Goti Bauer e Giuliana Tedeschi: tre donne ebree, tre testimoni delle atrocità naziste. L’autrice Daniela Padoan le ha intervistate e ha raccolto le loro testimonianze nel libro "Come una rana d’inverno" (edito da Bompiani).
Giuliana Tedeschi, nata a Milano nel 1914, è stata arrestata l’8 marzo del 1944 con il marito e la suocera. I tre sono stati portati al campo di transito di Fossoli e il 5 aprile del 1944 deportati ad Auschwitz con altre 600 persone. Giuliana sarà liberata da russi e francesi durante la marcia di evacuazione dal campo di Malchow, nell’aprile del 1945. Hanno Varese nei loro più tristi ricordi di quegli anni invece le altre due protagoniste del libro di Daniela Padoan. Liliana Segre fu stata arrestata a Selvetta di Viggiù, il 23 dicembre del 1943. Aveva 13 anni, fu condotta in carcere prima a Varese, poi a Como e poi a Milano. Il 30 gennaio del 1944 fu trasportata ad Auschwitz. Nel campo di sterminio perse il padre e i nonni paterni. Fu liberata a Ravensbruk il 30 aprile del 1945, dopo aver fatto la marcia della morte insieme ad altre 56 mila persone.
Goti Bauer fu catturata a Cremenaga il 2 maggio del 1944. A tradirla furoni i "passatori" che l’avrebbero dovuta condurre in Svizzera. Fu invece arrestata e deportata ad Auschwitz insieme ai genitori e al fratello. Fu liberata a l’8 maggio 1945, è l’unica sopravvissuta della sua famiglia.

Il giornalista Marco Nozza, nato a Caprino Bergamasco 1926 e scomparso a Milano nel 1999 ha raccolto nel libro "Hotel Meina" (Net editore) la cronaca della prima strage di ebrei in Italia. Una strage che si consumò sulla sponda piemontese del Lago Maggiore. L’albergo, l’hotel Vittoria, nel 1943, era di proprietà dei Behar, ebrei di origine turca che davano ospitalità a molti turisti della sponda piemontese. Le SS furono avvisate da qualcuno della presenza di ospiti ebrei. Nella struttura alloggiavano infatti i Ferdinand Diaz la famiglia Mosseri, la famiglia Torres, Daniele Modiano, Lotte Froehlich, moglie dello scrittore Mario Mazzucchelli, Vitale Cori e Vittorio Haim Pompas. Le truppe che giunsero a Meina erano quelle della divisione corazzata delle Waffen-SS Leibstandarte “Adolf Hitler”, uno dei gruppi più spietati. I soldati occuparono l’hotel e rinchiusero gli ebrei, Behar compresi, all’ultimo piano per una settimana intera. Il capitano annunciò che i prigionieri sarebbero stati trasferiti in un campo di concentramento a circa 200 chilometri da lì, ma ciò non avvenne mai. Le camionette tedesche che trasportarono gli ebrei a piccoli gruppi, erano di ritorno dopo poche ore, troppo poche per credere che avessero percorso tutta quella strada. Il loro tragitto era infatti molto meno esteso, arrivava solo fino alla Casa Cantoniera di Pontecchio, dove le persone fermate venivano fucilate e i loro cadaveri gettati nel lago. L’eccidio – contò sedici morti – risparmiò solo la famiglia Behar che si salvò grazie all’intervento del console turco.

Nedo Fiano racconta la Shoah nel libro "A 5405 Il coraggio di vivere" (editrice Monti). Fiano, ebreo italiano, è nato a Firenze nel 1925. La madre gestiva una piccola pensione che dopo l’entrata in vigore delle leggi razziali fu costretta a chiudere mentre Nedo venne cacciato da scuola. Il 6 febbraio 1944 fu arrestato da alcuni italiani e rinchiuso nel carcere di Firenze. Da lì fu condotto al campo di Fossoli dove ritrovò la madre e il padre. Il 16 maggio dal campo transitorio venne condotto, dopo un interminabile viaggio, ad Auschwitz. «Riuscii a salvarmi da quell’inferno per miracolo, grazie agli insegnamenti di mio nonno che da bambino mi fece imparare il tedesco – racconta Fiano -. E quando quegli animali vestiti da ufficiali chiesero se qualcuno conosceva la loro lingua osai e mi feci avanti anche se dentro di me morivo dal terrore. Fui assegnato incredibilmente al corpo degli interpreti e mi misero ad attendere i convogli dei deportati. Vidi arrivare persone dalla Grecia e dalla Francia, li vidi scendere dopo giorni e giorni di viaggio. Fui testimone di momenti spaventosi». Nedo Fiano fu liberato l’11 aprile 1945 dalle truppe americane nel campo di Buchenwald
dove era stato trasferito dai nazisti in fuga. Fu l’unico superstite della sua famiglia.

Nedo Fiano ha da poco pubblicato un nuovo libro "Il passato ritorna" (editrice Monti). Il testo è ambientato nel 1938, a Torino, dove Ersilia e Gabriele Levi hanno un figlio che chiamano David. In poco tempo la situazione politica precipita.
Decidono di affidare il bambino a una famiglia di Lugano, i Guidi, che crescono il piccolo con amore e dedizione, adottandolo, senza
raccontargli la sua vera origine. Scoppia la Seconda Guerra Mondiale. Ersilia muore sotto i bombardamenti mentre Gabriele, ebreo, viene deportato nel campo di sterminio di Auschwitz dove verrà assassinato in un forno crematorio. Anche i coniugi Guidi muoiono. Nel 1993 David riceve la telefonata dell’anziano Alberto Coen, sopravvissuto, che conobbe il padre ad Auschwitz, e che gli rivela la sua vera identità.
David entra in una profonda crisi esistenziale. Si getta alla ricerca delle proprie radici. Ad un certo punto incontra un notaio che aveva preso in custodia una valigia, preparata dai suoi genitori proprio per il figlio. David la ritrova, la apre, da quel momento la sua vita non sarà più la stessa.

"Maledetti figli di giuda, vi prenderemo" è la frase pronunciata il 12 dicembre 1943 dal consele Marcello Mereu della Legione confinaria della Gnr (Guardia Nazionale Repubblicana). Da essa parte il libro, scritto da Francesco Scomazzon per Arterigere-EsseZeta, che racconta "la caccia nazifascista agli ebrei in una terra di confine" . 1943-1945, è il periodo segnato dall’occupazione di gran parte d’Italia da parte della Wehrmacht hitleriana, dalla Repubblica Sociale fascista spalleggiata dalle baionette tedesche e complice dei crimini nazisti, dagli eroisimi e dalla ferocia della guerra partigiana condotta dalla Resistenza. In questo quadro Varese, provincia di confine, assumeva il ruolo di luogo di passaggio, alla disperata ricerca della salvezza oltre il confine elvetico, per decine di migliaia di persone, fra cui migliaia di ebrei, cui i nazisti davano la caccia per sterminarli. Quasi sei milioni di loro correligionari – ma non solo, per i nazisti l’ebraismo era un concetto razziale, quindi la conversione non salvava la vita – furono annientati (vernichtete) nei lager del regime più abietto e malvagio che la storia della civiltà occidentale ha mai conosciuto.

Il 7 gennaio del 1944 Calogero Marrone, capo dell’Ufficio anagrafe del comune di Varese, fu arrestato da due ufficiali tedeschi. Marrone aveva fornito centinaia di documenti falsi a ebrei e antifascisti per consentire loro di mettersi in salvo. Ebbe solo il  tempo di prendere una borsa, già preparata, con due camicie e un rasoio, e di salutare la moglie e il figlio Domenico. Venne portato subito al carcere di Varese e poi tradotto quotidianamente per gli interrogatori, condotti dall’autorità tedesca, a villa Concordia. Dopo 19 giorni fu trasferito al carcere  di San Donnino a Como, e da lì  al carcere milanese di San Vittore. L’ultima tappa italiana, prima della deportazione, fu il campo di transito di Bolzano-Gries. Oltre al dolore per la prigionia e per i maltrattamenti, che lui stesso definì in una lettera «una via Crucis», Marrone dovette sopportare il silenzio dei famigliari imposto dalla censura. Solo nel maggio del 1945 arrivò alla moglie e ai quattro figli la notizia della sua sorte. Nel febbraio dello stesso anno, Calogero Marrone era morto di stenti nel lager di Dachau. La storia di questo coraggioso personaggio è stata raccontata nel libro "Un eroe dimenticato" (edizioni Arterigere) da Franco Giannantoni e Ibio Paolucci. 

La storica Liliana Picciotto Fargion è la curatrice del "Libro della Memoria" (edito da Mursia), il testo che racconta le storie di moltissimi ebrei deportati dall’Italia.
Storie che passano anche da Varese, Cremenaga, Pino, Castronno, Brissago, Ponte Tresa, Selvetta di Viggiù, luoghi di confine che per molti hanno significato la fine di tentativi disperati di mettersi in salvo. Il "Libro", dedicato agli oltre ottomila cittadini che furono deportati dall’Italia, racconta anche le vicende dei cittadini ebrei arrestati nel Varesotto, quasi sempre da italiani, mentre erano in fuga verso il confine italo-svizzero. Nella maggior parte dei casi queste persone erano passate dal carcere dei Miogni e di San Vittore prima di approdare, su uno dei tanti convogli blindati, all’inferno dei campi.

 

 

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Pubblicato il 26 Gennaio 2009
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