Animali invasori: l’Europa stila la black list
Anche all'Università dell'Insubria si studiano gli effetti dell'arrivo di specie aliene: dallo scoiattolo grigio al cinipide al gambero della Luisiana. Ogni anno, i cambiamenti della biodiversità provocano danni per 12,5 miliardi di euro
Lo scoiattolo grigio, il gambero della Luisiana, la nutria, il cinipide.
Ma quanti animali sono immigrati nel nostro territorio? Può sembrare una questione da poco ma l’Europa ha alzato le antenne davanti a questa invasione animalesca e sta persino stilando una black list con tutte le specie da bannare. Sarà pronta il prossimo anno e ci stanno lavorando su più fronti. Diversi specialisti, scienziati, ricercatori studiano gli effetti di ogni specie alloctona ( aliena) in un habitat. Anche alla Baita del Ghighel si ritroveranno per discutere di invasioni e programmi di protezione. È una struttura dell’Università dell’Insubria, recentemente inaugurata e dedicata al professor Guido Tosi morto tragicamente tre anni fa.
Il gambero della Luisiana conquista il lago di Varese
Una vespa si mangia le nostre castagne
La sua passione per le Alpi e il suo ecosistema, però, ha fatto proseliti e oggi, l’opera viene proseguita dal ricercatore Adriano Martinoli : «L’Italiae l’Europa intera stanno facendo i conti con le tante trasformazioni che provocano cambiamenti della biodiversità. Parliamo di alterazioni climatiche, di interventi dell’uomo, di invasioni di specie animali e vegetali nuove che modificano gli equilibri».
Anche nei laboratori dell’Insubria si analizzano i cambiamenti: attenzione particolare viene riservata allo scoiattolo grigio: « Venne importato nel 1948 perché era più socievole – racconta il docente – da allora, ha lavorato, piano piano, togliendo cibo al cugino nostrano, quello rosso. Così, trovando meno cibo, le femmine autoctone sono troppo debilitate per riprodursi e, anno dopo anno, il numero di esemplari si è ridotto fino al rischio estinzione di oggi».
E se per lo scoiattolo è stata una questione di antagonismo, per le lontre la causa va ricercata nell’opera dell’uomo: « Cinquant’anni fa, questo animale popolava in abbondanza le acque dei nostri fiumi. Poi è arrivato l’inquinamento che ne ha cancellato l’esistenza. Oggi, lontre si incontrano solo in alcune regioni del Sud, ma, piano piano, si stanno ripopolando e risalgono lo Stivale. Vittima della distruzione dell’ambiente acquatico è anche il gambero dei nostri corsi d’acqua: l’arrivo del parente della Luisiana è solo uno dei tanti colpi inferti alla sua sopravvivenza. Ma non è certo l’unico».
Lo zoologo è impegnato anche in una ricerca italo portoghese sui pipistrelli: « Sono fondamentali nell’ecosistema perché mangiano grandi quantità di insetti che, altrimenti, si dovrebbe sopprimere chimicamente. Questo, però, è un animale in forte pericolo di estinzione a causa della sua incapacità di adattarsi ai cambiamenti. Il fatto è che oggi possiamo solo individuare l’evoluzioni di taluni animali ma non siamo in grado di prevedere quali conseguenze l’estinzione di una o dell’altra specie comporterà a livello di biodiversità».
Un dato, però, è ben chiaro: « Ogni anno, l’Europa spende 12,5 miliardi di euro per tamponare i danni che provoca l’arrivo di specie aliene. Il nostro territorio è particolarmente esposto a causa della presenza di Malpensa che, di fatto, è un centro di biodiversità in negativo. Pensiamo al cinipide, per esempio, che ha distrutto la produzione di castagne nelle nostre zone».
Ricercatori e scienziati, dunque, sono alla ricerca di risposte davanti ai grandi cambiamenti che si stanno verificando: « Le Alpi e gli Appennini sono un grandissimo patrimonio che dobbiamo tutelare. Sono habitat che risentono molto dell’intervento dell’uomo. Pensiamo al secolo scorso, quando agricoltura e allevamento erano fiorenti: le alture del varesotto come Vararo erano terra di pascolo e non esisteva un arbusto. Oggi sono boschi fittissimi dove si sono moltiplicati cervi e i cinghiali. Il numero è in crescita e ciò spinge i giovani esemplari a cercare terre nuove: ecco perché ci arrivano sulle strade».
E l’avvistamento di animali selvatici in città apre, per il professor Martinoli ( nella foto a sinistra), un capitolo diverso che ha a che fare con la cultura: « Per oltre mezzo secolo abbiamo ignorato gli animali. Così concentrati sul progresso, ci è sfuggito il dato ambientale. Oggi siamo di nuovo chiamati a farci i conti ma non siamo abituati. È il caso dell’orso: tutti sappiamo che va protetto e che è un patrimonio. Ci dimentichiamo, però, che la sua presenza crea problemi alle persone che, in quell’ambiente, vivono e operano: chi protegge i loro interessi, chi se ne cura? È una questione culturale, di approccio a un mondo che deve ritrovare i suoi equilibri e le proprie dinamiche. In altre parole, il mondo animale e vegetale va conosciuto e rispettato anche perché nessuno può dire con certezza cosa può succedere in seguito a grossi stravolgimenti di flora e fauna in Italia e in Europa. Ecco perché noi ricercatori stiamo lavorando per analizzare situazioni e condizioni. In particolare, nella zona alpina stiamo studiando il comportamento di stambecco e lepre bianca, due animali che vivono ad alta quota. Capire le loro reazioni davanti ai grossi cambiamenti climatici che stanno avvenendo in vetta è un primo passo per poter procedere a ulteriori studi in vista dell’individuazioni di scenari imminenti. In questo senso, la Baita del Ghighel sarà un centro prezioso dove i diversi punti di vista convergeranno: animalisti e cacciatori, studiosi e amministratori. Si deve fare sistema per mantenere il delicato equilibrio».
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