Doccia gelata per la pipì a letto, “nonna” a processo

Alla donna, 49 anni, contestato il reato di “maltrattamenti contro familiari”. Per l’accusa vessazioni e punizioni ingiustificate ai danni di un bimbo di otto anni

Avarie

Una situazione familiare difficile, da cui derivò il trasferimento a casa dei nonni con l’intento di migliorare le condizioni di un ragazzino di soli otto anni.

Ma che invece proprio lì, fra le mura della sua nuova casa, avrebbe subito pesanti maltrattamenti.

Questo, secondo l’accusa, il quadro che si presenta dalle indagini svolte per fatti avvenuti alcuni anni fa in un piccolo comune della provincia di Varese, nella casa del nonno paterno nella quale conviveva l’imputata, una donna del 1969, nuova compagna dell’uomo.

Una nonna.

Ma che nulla aveva a che fare con quella figura che nell’immaginario collettivo evoca saggezza, temperanza, pazienza e amore: sacrosanti stereotipi nei quali i più piccoli si nascondono per trovare riparo dai primi scogli della vita.

Questa mattina in tribunale a Varese sono stati sentiti diversi testi tra cui una delle insegnanti del ragazzino, che secondo il pubblico ministero al momento dei fatti viveva un profondo disagio interiore per via della situazione famigliare.

Disagio che il povero piccolo palesava urinando nel letto, la notte. Invece di stargli vicino e contornarlo dell’affetto meritato, l’imputata è accusata di essersi trasformata in aguzzina.

“Tu puzzi perché ti pisci addosso” gli ricordava in continuazione, e per questo sottoponeva il nipote acquisito all’umiliazione di venir lavato in giardino con la canna dell’acqua fredda, usata per irrigare l’orto.

Sempre secondo la Procura il bambino veniva sottoposto a severe e prolungate punizioni, come rimanere in piedi per ore contro il muro, o venir costretto a mangiare per una settimana intera cibi a lui sgraditi.

La presunzione di non colpevolezza, che è d’obbligo ricordare, si scontra con evocazioni punitive uscite dai peggiori incubi di romanzi ottocenteschi e spacciati per mezzi educativi.

Quel “come si faceva una volta”, che in questo caso non si può accettare.

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Pubblicato il 15 settembre 2018
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