Aldo Ossola, 80 anni di un campione simbolo di Varese
Lo chiamavano "Von Karajan" per come dirigeva a bacchetta i compagni di squadra della Grande Ignis. Ha vinto tutto ma ha giocato anche per passione nei campionati amatoriali
Se fosse necessario scegliere una e una sola famiglia simbolo dello sport a Varese, non ci sarebbero dubbi. La scelta ricadrebbe sugli Ossola per quanto fatto nella loro carriera sportiva dai tre fratelli: Franco, colonna del Grande Torino e morto a Superga, Luigi “Cicci” capace di giocare in Serie A a basket (con la Robur) e a calcio (con Varese e Roma) e infine Aldo, il più giovane ma anche il più vincente con la maglia della Ignis.
Aldo, appunto, che oggi – 13 marzo 2025 – taglia il traguardo degli ottant’anni e lo fa con la serietà e la classe di sempre. Quelle qualità che lo hanno portato, ragazzo dal fisico normale, a guidare con il piglio del direttore d’orchestra la squadra capace di dominare per un decennio l’Europa dei canestri. Il soprannome con cui è conosciuto è, appunto, Von Karajan, dal nome del più grande direttore d’orchestra musicale del tempo, e fa ben capire quanto fosse fondamentale “l’Aldino” in quella perfetta macchina di basket che era la Ignis. (foto: archivio VN – riproduzione vietata)
Uno squadrone in cui Raga o Morse garantivano canestri in quantità, in cui Dino Meneghin (ma anche Paolo Vittori o Ottorino Flaborea) dominava sotto i tabelloni, in cui gente come Iwan Bisson o Marino Zanatta generava corsa, energia, atletismo. Purosangue che però avevano bisogno di una guida sicura e affidabile in campo, tenuta proprio da Ossola o, in alternativa, a un altro campione nato nel vivaio, Dodo Rusconi.
Da tutto questo Ossola – che non tirava quasi mai, ma se era costretto a farlo bucava regolarmente la retina – ha tratto un palmares mostruoso: sette scudetti, cinque coppe dei campioni, quattro coppe italia, due intercontinentali e una coppa delle coppe, quella vinta a Milano contro Cantù nel “canto del cigno” dell’allora Emerson.
Ma Aldo non è stato solo un campione ai massimi livelli ma anche un esempio di passione e di longevità nello sport dei canestri. Basti pensare che ha continuato a giocare a livello amatoriale (la maglia degli ultimi anni era quella dello Sporting Varese, la palestra – noblesse oblige – quella “dei Pompieri) per tantissimi anni, affrontando così generazioni di giocatori più giovani ai quali non sembrava vero di poter incrociare sul campo uno degli eroi del basket varesino. E uno dei grandi esponenti di una famiglia che ha fatto la storia dello sport, locale e nazionale.
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