Omicidio Limido, gli psichiatri: «Trauma familiare al centro del crollo di Manfrinati»
Due psichiatri chiamati dalla difesa parlano in aula. La parte civile contesta la richiesta di perizia psichiatrica e ribadisce la piena capacità dell’imputato al momento dei fatti
Marco Manfrinati, quella mattina del 6 maggio 2024, avrebbe probabilmente avuto un evento psicotico acuto, qualcosa che ha prodotto un «buco nero» nella sua vita, proprio come accade a persone già afflitte da vulnerabilità che, quando arriva l’evento trigger, esplodono e non si controllano più.
All’ex avvocato di Busto Arsizio era già capitato altre volte, almeno una secondo il professor Nicola Poloni, psichiatra di fama e suo medico curante, sentito venerdì mattina nel corso di un’escussione piuttosto schietta di fronte alla Corte d’Assise di Varese, che si appresta a giudicare l’imputato accusato di omicidio e tentato omicidio pluriaggravati (vittima Fabio Limido, padre di Lavinia Limido, rimasta ferita al volto in modo gravissimo).
Chiamato come teste della difesa (avvocato Elio Giannangeli di Milano), Poloni ha spiegato che «Manfrinati era in cura con benzodiazepine, psicofarmaci che agiscono come depressori del sistema nervoso centrale, e almeno in un caso ne abusò, quando fece una telefonata alla moglie perdendo completamente il controllo». Un episodio in cui l’imputato si era «discontrollato» e che si inseriva in un periodo in cui era «polarizzato in maniera ossessiva sulle vicende che lo riguardavano».
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Vicende che ha chiarito in aula il secondo esperto ascoltato, il professor Francesco Carabellese, psichiatra forense e docente di psicopatologia forense e medicina legale, autore della consulenza commissionata dalla difesa a poca distanza dai fatti, con colloqui approfonditi proseguiti fino a un anno dopo. Secondo Carabellese, «la vicenda familiare — l’abbandono del tetto coniugale da parte della moglie insieme al figlio, nel luglio 2022, e la disputa relativa alla possibilità di vedere il figlio — è stato l’elemento traumatico fondamentale nello sviluppo della condizione patologica al momento del fatto: è come se un pezzo dell’identità di Manfrinati fosse andato via. La separazione dal figlio è stata l’esperienza più dissonante, poiché il bambino rappresentava la sua stessa sopravvivenza psicologica».
Uno schema, ha precisato il professore, che passa attraverso fasi ricorrenti: separazione traumatica, forte altalenanza emotiva, perdita del contatto sintonico con la realtà (famiglia, lavoro, tempo libero) e sviluppo psicotico originato dall’elemento traumatico, con conseguente passaggio all’atto. Ovvero, all’omicidio.
La relazione di Carabellese, ben più ampia di quanto qui riassunto e basata anche sul test Minnesota per la definizione del quadro di personalità, si ferma qui: rappresenta infatti un passo propedeutico alla richiesta di perizia psichiatrica finalizzata a stabilire la capacità di intendere e di volere al momento dei fatti. Un passaggio osteggiato dalla parte civile, rappresentata dall’avvocato Fabio Ambrosetti, che sostiene da sempre la piena capacità dell’imputato, il quale — con le mani ancora sporche del sangue delle vittime — si rivolse con frasi inequivocabili alla moglie della vittima nell’immediatezza dei fatti. Il tribunale valuterà l’ipotesi di una perizia nelle prossime udienze.
L’imputato era presente in aula. Appariva trasandato, sovrappeso, provato; ha conferito brevemente con il difensore prima di annunciare le dichiarazioni spontanee che verranno rese il prossimo 19 dicembre.
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