Sviluppo regionale e territoriale, la formula per salvare il mondo

La spinta per una nuova visione dell'ordine mondiale puo' venire dal continente africano

Nel 1955, 50 anni fa, i capi di stato dei principali paesi dell’Asia e dell’Africa che avevano riconquistato la loro indipendenza politica, pur divisi tra tendenze moderate (progressisti) e tendenze radicali (socialisti-marxisti) si riunivano per un progetto comune. Li accomunava la battaglia per l’indipendenza tuttaltro che conclusa e la necessità di conquistare una decolonizzazione politica con la liberazione economica, sociale e culturale dai vecchi conquistatori. Era loro chiaro che l’edificazione di una società sviluppata indipendente implicava un certo livello di conflitto con l’Occidente e proprio per questo puntarono alla creazione del gruppo dei «non allineati», i cosiddetti paesi neutrali, che sarebbero in seguito stati duramente contrastati all’ONU dagli Stati Uniti e dall’Alleanza Atlantica e favoriti invece negli scambi commerciali e negli aiuti allo sviluppo dall’URSS.
(sopra Mario Agostinelli, consigliere regionale e autore del reportage)

Il loro progetto si fondava sulla volontà di sviluppare le forze produttive attraverso l’industrializzazione e di dare agli stati nazionali la direzione di questo processo, nella convinzione che la tecnologia potesse fornire ai loro obbiettivi strumenti neutrali e che l’iniziativa popolare non fosse indispensabile in sè, in quanto doveva essere subordinata all’azione statale illuminata. Tra il 1955 e il 1975 questo progetto ha sollevato grandi speranze e ha creato basi di modernizzazione che l’Occidente si è preoccupato di contrastare con incredibile durezza, promuovendo la neocolonizzazione dell’Africa e sostenendo così la definitiva emarginazione di questo continente.

In questa scelta di abbandonare l’Africa anche l’Europa ha colpe dirette e assai pesanti e oggi, quando l’ideologia dello sviluppo è entrata in crisi irreversibile, i suoi paesi sono messi fuori gioco nella partita che si continua a giocare sul destino di 180 milioni di persone dall’aggressività delle economie di India e Cina e dalla potenza militare e finanziaria che qui esercitano gli Stati Uniti, le multinazionali ed il Fondo Monetario.

L’esito del tentativo di Bandung mentre è stato pressochè fallimentare per l’Africa ha dato risultati più promettenti per l’Asia. Dopo gli anni 70 si è formato un terzo mondo industriale (Corea, Brasile, India) e un quarto mondo (tutti I Paesi Africani tranne il Sud Africa) marginalizzato, escluso, falcidiato oggi dall’AIDS e prostrato dalla miseria e dalla fame.

È con questo retroterra alle spalle che il Forum Sociale Mondiale ha deciso di aprire, per la prima volta, una sessione in Africa, in preparazione dell’edizione mondiale del 2007 prevista in Kenya e di dedicare la sua apertura ad una riflessione storico-politica su Bandung.

Il Mali e la sua capitale Bamako sono estremamente accoglienti verso la cultura ed i progetti del "movimento dei movimenti" ed esibiscono una società civile, una democrazia diffusa, la completa pacificazione del territorio ed una resistenza all’integralismo religioso, che ne fanno una sede ideale per un incontro cosi’ carico di aspettative ed ambizioni.

E’ l’idea di sviluppo quantitativo, associato alla crescita, importato dalle società industriali del Nord, che è fallita a Bandung ed è in crisi irreversibile nell’intero pianeta. Ed è il il Forum la rete mondiale pluralista, articolata, ma schiettamente antiliberista l’unico crogiolo oggi in grado di fondere ed attivare energie, forze, idee per una alternativa a cui l’Africa puo’ fornire risorse insostituibili.

Sviluppo regionale e territoriale, anzichè macroprogetti e grandi opere (dighe sconvolgenti, coltivazioni intensive e monoculturali, centrali nucleari e oleodotti) ; cicli naturali fondati sulle energie rinnovabili e i materiali naturali, anzichè combustibili fossili e miniere terrificanti per le ferite alla natura e ai diritti umani; una agricoltura non industrializzata a spese della terra, della biodiversità, del consumo e dello spreco di acqua cosi’ rara da queste parti, anzichè fondazioni neocoloniali dedicate all’esportazione di prodotti di coltivazioni energivore e inquinanti ; piccole unità di produzione e sistemi cooperativi anzichè grandi manifatture dove le multinazionali trasferiscono inquinamento e sfruttamento ; sicurezza alimentare e messa al bando degli organismi geneticamente modificati, anzichè colonizzazione da parte della Nestlè e della Kraft ; energia solare e acqua per tutti, anzichè privatizzazione e commercializzazione dei beni comuni.

Insomma, tutto quello di cui ha bisogno l’Africa odierna per riprendere il cammino, dopo essere stata precipitata nella disperazione dalla protervia dello sviluppo liberista, sembra proprio l’agenda del movimento di Porto Alegre. Un movimento ancora troppo « bianco », che si è già spinto a contaminarsi e a confrontarsi in India a Mumbay nel 2004 e che ora prova ad abbracciare i movimenti africani che, dopo la lezione di Bandung, hanno capito che solo dal basso, scegliendo la partecipazione, la non violenza e la democrazia, si obbliga il mondo dominante a guardare anche al continente perduto.

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Pubblicato il 22 Gennaio 2006
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