Nasce senza centri commerciali il “business park” di Malpensa

Dopo 13 anni di veleni il sì del consiglio con i voti di Cdl e di due transfughi dell'opposizione. Mucci scrive nero su bianco il divieto ai megastore

Il business park di Malpensa ottiene l’approvazione del consiglio comunale. Il documento preliminare viene archiviato alle 2 e 45 di notte, con 17 voti favorevoli. Alzano la mano i quindici consiglieri della maggioranza presenti, più due della Lista Buffoni (all’opposizione) Marco Masci e Donato Lozito, e ottiene così l’approvazione dell’aula nonostante la Casa della libertà non fosse in quel momento in grado di garantire il numero legale di 16 consiglieri, a causa di assenze "tecniche".  

Ora, la più importante manovra urbanistica degli ultimi dieci anni, la bomba politica che dal 1989 ha defenestrato sindaci e assessori all’urbanistica uno a fila all’altro, attende che arrivi in consiglio, forse in primavera, la variante di Prg che darà un volto definitivo all’area direzionale che sorgerà a sud della città, lungo i terreni ancora liberi accanto alla superstrada 336.

Rispetto al documento preliminare presentato in commissione, è stata inserita una importante novità . La maggioranza ha infatti votato un emendamento che, a dispetto di tutte le polemiche degli ultimi anni, aggiunge nero su bianco che non verranno costruiti supermercati ed ipermercati. A questo emendamento hanno detto sì anche Claudio Bartoli (foto) di ViviGallarate e i quattro consiglieri della Lista Buffoni; astenuto il centrosinistra.

La Casa delle libertà fa bottino pieno, approva un documento preliminare politico su cui ha investito una buona parte della propria credibilità e, con l’emendamento sui centri commerciali, mostra di voler rispettare le promesse elettorali, rafforzando una formula contro la grande distribuzione che a molti era parsa ancora poco incisiva.

Le opposizioni avevano impostato una battaglia a colpi di emendamenti. Il centrosinistra (foto) presentava un proprio documento che criticava il dimensionamento (quasi un milione di metri cubi, un’area lunga più di un chilometro, palazzi che, per citare un esempio fatto da Laura Floris, sorgeranno per un corrispettivo di 80 torri di via Marsala). I 10 emendamenti dell’Ulivo venivano tutti bocciati, stessa sorte per i 58 emendamenti presentati da Claudio Bartoli: il rappresentante della lista civica ViviGallarate si scagliava contro la mancata programmazione e paventava il rischio di uno sviluppo illogico e disordinato.

L’altra lista civica, "Movimento Andrea Buffoni", esponeva otto punti di modifica del documento di maggioranza, attaccando la possibilità di trasferire volumetrie sulle aree dismesse, criticando la formula sui centri commerciali e chiedendo una modifica a tutela dei piccoli proprietari nell’applicazione del principio perequativo sulle volumetrie. Massimo Barberi (Rifondazione comunista) poneva il problema della reale utilità del business park dopo l’11 settembre e il conseguente costante calo del trasporto aereo. Sulla funzionalità e l’utilità di un intervento così gigantesco Dario Terreni (Margherita) insisteva, elencando le dimensioni dei centri direzionali dei più grandi aeroporti europei, a riprova dell’eccessiva estensione del progetto gallaratese.

Gli rispondeva Massimo Bossi, presidente della commissione territorio, che respingeva le critiche fioccategli addosso sull’iter del documento in commissione, e assicurava: il traffico aereo tornerà come prima.

Dopo una lunga discussione, la maggioranza entrava in conclave. Il sindaco Nicola Mucci, ma soprattutto Nino Caianiello, coordinatore di Forza Italia e vero regista della coalizione, mettevano sul piatto l’emendamento che non ti aspetti: quella frasetta a beneficio della piccola distribuzione tanto attesa da anni: "E con questo speriamo di mettere fine a ogni illazione" sbottava il sindaco.

Si passava alla votazione, punto per punto. A quel punto la maggioranza era in sofferenza: mancava un voto all’appello. Il centrosinistra e ViviGallarate erano pronti a uscire per sottolineare l’incapacità della Casa delle libertà di garantire il numero legale ma la lista Buffoni si spaccava e rimaneva in aula, offrendo la stampella necessaria.

Nella votazione finale del documento Andrea Buffoni, nonostante la bocciatura totale delle sue richieste, si dichiarava parzialmente soddisfatto ma non abbastanza da giustificare un suo voto favorevole ed usciva, così anche Antonio Giollo. Marco Masci, sempre della Lista Buffoni, si dichiarava invece convinto dalla mossa sui centri commerciali e rimaneva in aula a votare con la Cdl. Lo stesso faceva Donato Lozito, che rincorreva la maggioranza, nonostante la totale chiusura a tutti gli emendamenti del suo gruppo.

Grande soddisfazione sui banchi del centrodestra. La esprimevano sia Fabio Castano di An che Roberto Borgo della Lega, che rivendicava le lotte degli anni scorsi per ridurre le volumetrie della variante del 1989 e il costante rifiuto ai centri commerciali. Roberto Bosco (foto), capogruppo di Forza Italia, cantava vittoria; non ringraziava per i due voti – non richiesti – arrivati dall’opposizione ma anzi, augurava alle minoranze di ritrovare forza, per il bene della democrazia. A quel punto era cappotto.


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Pubblicato il 05 Febbraio 2002
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