A Locarno la parabola dell’umanità dedicata a Pasolini
In concorso alla 58° edizione del Festival internazionale del film Fratricide, i “ragazzi di vita” di Yilmaz Arslan
Nel trentennale della scomparsa di Pier Paolo Pasolini, è una cooproduzione Tedesca-lussemburghese e Francese ad omaggiare il grande maestro della seconda metà del novecento (ogni arte ha goduto di suoi contributi, così come ogni tema sociale). E lo fa per mano di un ottimo regista e sceneggiatore, nato in Turchia e cresciuto in Germania: Yilmaz Arsalan (nella foto). La pellicola è "Fratricide", presentata a Locarno nel primo weekend del 58esimo festival del cinema, nell’ambito del concorso ufficiale.
Pasolini fu assassinato nel 1975, probabilmente ultima obbligata tappa della vita violenta dei suoi ragazzi di vita. Dietro la perdita dell’anima, prima che del maestro, c’è un mondo sotterraneo, ma solo perché non lo si vuole vedere. Non perché non sia visibile.
Così come oggi, assistiamo inermi ad un declino dell’umanità nel senso più proprio di rispetto e vicinanza.
E’ per questo che "Fratricide" del trentasettenne Arslan si insinua nelle nostre vite comuni come un fendente discreto, quanto efficace. E merita un premio per il messaggio, per l’accurata regia, per la significativa sceneggiatura. E per l’interpretazione degli attori non protagonisti: «… se si fa uno sforzo e gli si dà una possibilità, sono pronti ad aprirsi ed a crescere…» sostiene il regista al suo terzo lungometraggio sulla perdità di identità culturale.
Infine per l’ottima capacità tecnica del linguaggio cinematografico impiegato: quadri chiusi sui primi piani ed al massimo ad un 1/2 busto; apertura solo in situazioni di forza e di dolore insensato a cui ricorre anche con un salto nel genere pulp (solo quattro volte però!) o d’animazione.
«In un primo tempo volevo fare un film sui giovani curdi richiedenti asilo – Dichiara Yilmaz Arslan, che ha coltivato in Germania la sua cultura teatrale e cinematografica per giungere a questo gioiello dello sguardo – Nel 1994 vivevo a Berlino ed ho incontrato due adolescenti curdi, che hanno carpito la mia attenzione a tal punto da farmi intraprendere un progetto su un documentario. Ma parlando con loro e introducendomi nelle loro vite mi sono reso conto che avrei potuto creargli dei problemi. E’ per questo che mi sono orientato verso la fiction».
Arslan ripropone in Fratricide i temi cari alla sua esperienza: l’immigrazione e l’integrazione. In questa pellicola così come in Langer Gang (1992) e Yara (1998) sviscera la sofferenza dei suoi interpreti. E lo fa con la maestria che solo la sensibilità e la conoscenza profonda di ciò che si tratta consente. Indubbiamente è un regista fatto, che ci ha trattenuto per 90’ esatti all’interno di riprese strettissime e, quindi, intime, snocciolando minuto dopo minuto una forte sceneggiatura, per raccontarci il passaggio rapido dall’innocenza alla corruzione.
Per comprendere appieno l’essenza di questo ottimo film basta la dedica: a Pier Paolo Pasolini. Arslan cita l’artista probabilmente per evocare da subito l’orrendo supplizio, la via crucis quotidiana che gli esuli vivono in quelle terre "fertili" per affrancarsi dalla condizione originale. E sicuramente al "fotografo dei ragazzi di vita" Arslan si ispira per condurre nella psicologia di due fratelli curdi, cresciuti nella stessa famiglia, ma giunti ad una sensibilità di vita opposta e tragicamente divisa. Azad, il protagonista, ricorda i più famosi fratelli traditori e proprio per questo non può essere abbandonato dallo spettatore che ne segue le vicende in terra straniera, in terra di libertà.
Giunge in Germania, in una città mai definita (perché è il mondo il vero palcoscenico di questa urgenza attualissima) grazie ai soldi sporchi del fratello Mehmet, che è emigrato molto prima di lui. Uno spaccato solito, quindi, ma mai scontato. Nel film di Arslan si riconoscono i topos tipici delle parabole e si ricorre alla crudezza in soli quattro momenti: l’incipit in Kurdistan mostra riti quasi ancestrali (lo sgozzamento dell’animale), i simil colpi di scena nei due momenti più tragici (una replica pulp del pitbull che mangia l’intestino, quindi l’anima, dei due "cattivi") ed infine la vendetta, amara umanità da cui dipendiamo nella sofferenza e che il regista rappresenta con il taglio di quell’orecchio simbolo antico e moderno dell’insensatezza diffusa.
Il protagonista giungendo nel centro per richiedenti asilo stringe una tenera e forte relazione con un piccolo bimbo solo al mondo: è l’unico che non sa cosa fare del danaro che raccoglie, perché non ha nessuno a cui inviarlo. Ibo è lo straordinario "griot" di "Fraticide": intercala la pellicola raccontando una storia tradizionale fatta di oppressi e di oppressori fino a portare nel momento più onirico ed alto dell’opera con un meccanismo tipicamente infantile, di quelli che tutti attiviamo quando non riusciamo a capire: gli animali disegnati sulla lavagna dal maestro tedesco che parla una lingua incomprensibile si animano e generano un cartoon che da solo vale un corto, sogno spezzato dalla triste realtà. La narrazione di Ibo è volta a confermarci che il mondo non cambia mai, che le divisioni gerarchiche attraversano il globo terracqueo da sempre e che gli individui sono segnati dalla perdità di identità.
Il piccolo orfano è il primo che ci parla di esilio, infatti. Un termine che ritorna costante e quasi in maniera paranoica nella pellicola. E non è solo l’esilio dalle proprie radici è anche quello dalla vita quotidiana dell’altro e che i profughi osservano ed ambiscono da vicino. E parla anche di orgoglio, una parola che al solo suono determina in Ibo una chiusura violenta: lui non ha orgoglio, perché nessuno attende danaro da lui e, quindi, ne è orgoglioso!
I due protagonisti, dopo aver sviluppato una solidarietà unica, incontrano sulla loro strada altri due "disperati": scena quotidiana di ricerca di identità attraverso il terrore che i due incutono in tutti istigando il loro pitbull. E questi due soggetti vengono dipinti da Arslan come integrati, quindi in un primo momento si osa supporre siano tedeschi, magari anche un po’ skin, ma bastano poche scene per comprendere, invece, che sono turchi. Stranieri, quindi, che hanno assimilato il peggio della società in cui vivono ed a cui hanno ambito i loro genitori. La maestria di Arslan sta proprio nell’avere codici ben definiti per comunicare la solidarietà chiusa nella camera, l’insensatezza delle poche scene di gruppo(è il gruppo l’unico imputato del film: clan, famiglia, crew, comunità!) e la ritrualità (sgranato che da sempre l’idea di sogno o di confine con la realtà, così come durante la festa di Newroz).
Le condizioni difficili e l’indifferenza del paese che dovrebbe accoglierli acuiscono tensioni e conflitti tra i Curdi ed i Turchi. Ulteriore elemento che il regista e sceneggiatore introduce in questa pellicola ricca di cultura cinematografica e sociale: la guerra che pervade la terra d’origine si ripropone anche in terra d’esilio, quella terra dove fare soldi da mandare a casa, dove i genitori troppo anziani soffrono di mali incurabili. E non solo fisici.
Un grande insegnamento viene proprio da quelle poche scene di gruppo (mai folla!) che attraversano la strumentalizzazione del corteo funebre del curdo (attualissimo), l’intoccabilità della festa del Newroz (la comunità non deve sapere), l’istruttiva lezione della mediatrice Zilan ai profughi: «l’educazione è l’unica soluzione allo sfruttamento… in esilio bisogna essere uniti».
Infine, l’elemento pasoliniano del film: i due fratelli sono le due facce di una stessa medaglia. Azad è il puro, non vuole contaminarsi con le modalità illecite del reperimento del danaro (infatti fa il barbiere, altra figura rievocata dai grandi maestri); Azad scopre l’amore delicato e rispettoso con una giovine dell’est, mentre Mehmet quella tipologia di donne le mette in strada per suggerne il compenso delle loro prestazioni; Azad non conosce vendetta e non alimenta regolamenti di conti, ma finge di perdere danaro affinché lo trovi il piccolo Ibo, che non accetta mai oboli, perché non ha nessuno a cui mandarli e non sa come spenderli.
Ma anche la purezza viene contaminata in un siffatto ambiente ostile e malgrado il fratello buono perseveri nei suoi tentativi di pacificazione, di amore, di sforzi, svela in un unico colpo di scena finale, amaro quanto crudo, la sua debolezza di uomo, di curdo, di nostalgico e di ragazzo di vita, che vuole vedere il paradiso. E ci lascia con il piccolo Ibo e la giovine dell’est durante un altro viaggio di speranza. Forse anche il nostro.
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