Per i 4mila frontalieri che hanno perso il lavoro c’è solo la Naspi

Sono circa un migliaio i frontalieri che hanno perso il lavoro cui si devono aggiungere tremila stagionali del turismo. Cisl e sindacato Cristiano sociale chiedono lo statuto per questi lavoratori

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«È un positivo segnale di attenzione alla categoria, ora serve subito che venga data attuazione allo Statuto dei lavoratori frontalieri, che da quasi due anni la Cisl, unitamente ad altre organizzazioni sindacali, ha proposto al Governo italiano». A parlare è Roberto Pagano, responsabile dei frontalieri per la Cisl dei Laghi.

Il “segnale” è la recente approvazione in Commissione bilancio della Camera dell’emendamento al Decreto legge “Rilancio” che riconosce ai lavoratori frontalieri un contributo fino a sei milioni di euro. «Soldi che rappresentano ossigeno puro per quei tanti frontalieri che la Covid ha messo in difficoltà. Ora, però, cogliamo l’occasione per concentrare l’attenzione sullo Statuto» continua Pagano.

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Roberto Pagano Cisl dei Laghi

Sono circa 68 mila, ad oggi, i lavoratori italiani in Canton Ticino, a cui si aggiungono i frontalieri attivi nel Canton Grigioni, Vallese o altri Cantoni elvetici, per arrivare ad un totale di 75 mila, per lo più provenienti dalla Lombardia e, in minima parte, dal Piemonte. Almeno il 70% del totale di questa forza lavoro proviene da Como e Varese. A fronte di questi numeri quanti sono i lavoratori italiani oltre confine che sono stati penalizzati dalla pandemia?

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Andrea Puglia Ocst

«Sono circa un migliaio i frontalieri in Ticino che hanno perso il lavoro a causa del Coronavirus – spiega Andrea Puglia, responsabile per i frontalieri dell’Ocst l’Organizzazione cristiano sociale ticinese -. A questo dato va aggiunto un numero indicativo di circa tremila stagionali che lavora nel settore turistico (alberghi e ristoranti), in genere assunti da marzo a ottobre, che attualmente sono fermi perché il settore non è ancora partito o lo è con numeri ridotti. Proprio gli stagionali, ma anche molti lavoratori interinali, rappresentano, in questo momento, una delle categorie più in difficoltà: non sono stati licenziati, e pertanto non possono presentare domanda di disoccupazione, non stanno percependo alcuno stipendio, e non sanno se e quando riprenderanno il lavoro. Sono a reddito zero».

«Inoltre – aggiunge Puglia – è alta la preoccupazione anche sul futuro. Cosa succederà ai lavoratori italiani quando lo Stato svizzero cesserà i finanziamenti straordinari che ha stanziato per far fronte all’emergenza? Lo scopriremo tra settembre e gennaio. Però inevitabilmente ci saranno una serie di aziende che, terminati i fondi federali, non saranno nelle condizioni di camminare con le proprie gambe, visto che il mercato dell’export, da cui la Svizzera dipende in toto, è al momento fermo, e potranno prefigurarsi ulteriori licenziamenti».

«Guardando al lavoro transfrontaliero occorre sfatare alcuni miti – incalza Roberto Pagano -. Mi riferisco, in particolare all’idea dell’impiego privilegiato, che beneficia di stipendi altissimi. Senza dubbio il frontaliere ha, a parità di professionalità, un salario più vantaggioso rispetto all’Italia. Per due ragioni: la tassazione svizzera differente da quella italiana, e il cambio del momento nel rapporto franco/euro. L’altra faccia della medaglia è però data dai lunghi tragitti necessari per arrivare sul luogo di lavoro. Settori, come quello edile ad esempio, per la quasi totalità occupato da italiani, in cui ai frontalieri è richiesto di alzarsi all’alba, trascorrere ore in auto, superare valichi innevati d’inverno, lunghe code alla frontiera. Per non parlare poi delle tutele».

L’assenza di tutele è uno degli elementi che rende fragile il lavoro oltre confine – aggiunge Puglia -. In Svizzera il licenziamento è praticamente libero. I datori di lavoro svizzeri non sono vincolati a giuste cause particolari: oggi ho bisogno di te e ti pago, domani non mi servi più e ti licenzio. Questa è l’equazione. Chi vive in Svizzera, in caso di disoccupazione beneficia degli ammortizzatori pensati per il sistema svizzero: 80% del salario per due anni senza tetto massimale e una serie di accompagnamenti per il reinserimento. Se qualcuno ti vuole assumere ha inoltre tutta una serie di agevolazioni, messe a disposizione dal Cantone. Il frontaliere invece no: è esposto al mercato svizzero, ma senza le coperture pensate per quel mercato. La sua unica tutela è la Naspi italiana: indennità di disoccupazione per chi è stato licenziato, tutela inferiore rispetto alla disoccupazione erogata per i lavoratori frontalieri di qualche anno fa, che prevedeva il 50% del salario per due anni, senza tetto massimale. Ma se il lavoratore non è stato licenziato ed è in attesa di riprendere il lavoro non può chiedere la Naspi».

«È tempo che lo Statuto dei lavoratori frontalieri diventi realtà – conclude Pagano – per uscire dal limbo in cui si trovano oggi, un documento indispensabile che dia dignità al lavoro transfrontaliero e ne assicuri le necessarie tutele e protezioni sociali, diritti e doveri, al pari del lavoratore svizzero. Torniamo ad invocarlo con forza. Non si può più attendere né è accettabile che si affrontino le problematiche dei lavoratori frontalieri soltanto in campagna elettorale e poi ci si dimentichi di loro».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 08 luglio 2020
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