Il delitto di Piersanti Mattarella e “quel magma che ancora brucia”
A Materia la proiezione di Magma e l’incontro con la regista Giorgia Furlan hanno riportato al centro una storia irrisolta della Repubblica
Ci sono storie che non appartengono al passato, anche se hanno più di quarant’anni. Tornano, insistono, mettono a disagio. È il caso dell’omicidio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia, ucciso a Palermo il 6 gennaio 1980, al centro del docufilm Magma. Mattarella, il delitto perfetto.
La serata ospitata a Materia Spazio Libero mercoledì 7 gennaio ha riportato al centro del dibattito una delle vicende più oscure della storia della Repubblica italiana, trasformandosi in un lungo confronto con la regista Giorgia Furlan, presente in sala. L’incontro è stato introdotto e moderato dal direttore di VareseNews Marco Giovannelli.
«Questo film continua a far parlare perché quella storia non è mai stata davvero chiusa. È tutto ancora vivo» ha spiegato Furlan, sottolineando come l’omicidio di Piersanti Mattarella continui a generare reazioni, resistenze e tentativi di rimozione.

Dall’uscita del film, ha raccontato la regista, sono emersi nuovi elementi di cronaca. Tra questi, la vicenda di un guanto ritrovato sull’auto del killer e poi scomparso. Fatto sparire – secondo le ricostruzioni – dall’allora funzionario di polizia Filippo Piritore che, il 24 ottobre 2025, per questi fatti è stato arrestato e messo ai domiciliari. «È l’ennesimo depistaggio che riemerge dopo quarantasei anni» ha detto Furlan, «e soprattutto arriva da chi avrebbe dovuto indagare. Così si capisce perché non si sia mai arrivati a una piena verità».
Non solo. Nei mesi scorsi alla famiglia Mattarella è arrivata una lettera anonima, rivelatasi un ulteriore tentativo di depistaggio, mentre la casa di produzione 42° Parallelo è stata colpita da un incendio che ha danneggiato parte del materiale girato. «È stata una ferita enorme, ancora aperta» ha raccontato la regista. «Di cose ne sono successe tante, troppe, attorno a questo film».
Magma nasce da uno sguardo giovane e collettivo: una troupe con un’età media attorno ai trent’anni, chiamata a studiare da zero una vicenda complessa, stratificata, volutamente confusa. «Quel tavolo pieno di documenti che si vede nel film è esattamente la sensazione che abbiamo provato: una mole immensa di carte, una storia volutamente intricata, dove trovare il filo è difficilissimo» ha spiegato Furlan.
Da qui anche una scelta stilistica netta: niente voce narrante, niente didascalie esplicative. «Lo chiamiamo disintermediazione. Volevo che lo spettatore si trovasse nella stessa condizione in cui mi trovavo io durante le interviste, senza filtri interpretativi: davanti alle persone e ai documenti, chiamato ad ascoltare e a farsi un’idea» ha detto la regista. Anche l’uso delle immagini d’archivio segue questa logica: non copertura, ma documento vivo, parte integrante del racconto.
Gli intervistati non sono esperti esterni, ma testimoni diretti. «Non c’è uno storico che spiega. C’è chi c’era» ha sottolineato Furlan, citando, tra gli altri, Attilio Bolzoni, presente la mattina dell’omicidio, Luciano Violante, che ascoltò le dichiarazioni di Falcone in Commissione antimafia, Rosy Bindi, testimone diretta di anni segnati dalla violenza politica, e Trizzino, capo di gabinetto di Mattarella, la cui testimonianza – ha ricordato – le è costata paura e isolamento.

Particolarmente forte il legame con la famiglia Mattarella, coinvolta fin dall’inizio del progetto. Alcune scene sono state girate nella casa di Palermo, nello studio che era stato di Piersanti. Il film è dedicato a Maria Mattarella, figlia del presidente regionale, scomparsa poco prima di poterlo vedere. «Aveva diciotto anni, era in macchina con il padre. C’era un desiderio enorme di verità» ha raccontato la regista.
Nel dialogo con Giovannelli è emersa anche l’attualità del racconto. «Guardate i telegiornali: si parla di nuovo di violenza politica, di contrapposizioni estreme. Questo film risuona oggi perché quel fuoco non si è mai spento» ha osservato Furlan. «Non possiamo accontentarci di dire “è stato un delitto di mafia”. Dobbiamo capire cosa c’è dietro».
Il titolo Magma è una metafora esplicita. «L’Italia è un Paese tellurico, sotto si muove sempre qualcosa», ha spiegato la regista. «Il magma è rosso e nero insieme, si fonde, resta nascosto ma prima o poi riemerge. E per arrivare alla verità, come a Stromboli, serve fatica».
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