Sempre più mamme costrette alle dimissioni

La difficoltà di conciliare lavoro e maternità fotografata dall'ultimo Rapporto sulle dimissioni pubblicato dall'Ispettorato nazionale del lavoro

Generico 2018

Carichi e orari di lavoro troppo pesanti, mancata concessione di part time e flessibilità. E poi i costi troppo elevati per asili e baby sitter e sempre più spesso l’impossibilità di fare affidamento sui nonni, ancora al lavoro anche oltre i 65 anni o tropo anziani e bisognosi a loro volta di attenzione per contribuire alla cura dei nipotini. Per tutte queste ragioni, di rigidità aziendale e del mondo del lavoro da un lato e di organizzazione sociale dall’altra, è sempre difficile per le donne conciliare maternità e lavoro. E le dimissioni aumentano.

Secondo gli ultimi dati pubblicati a dicembre dall’Ispettorato nazionale del lavoro delle quasi 40 mila dimissioni registrate nel 2017 almeno 3 su 4 ha riguardato le mamme lavoratrici: 30.672 (pari al 77% delle 39.738 dimissioni totali, di cui una su 4 in Lombardia). Di queste la stragrande maggioranza (23.830) hanno un solo figlio o sono in attesa del primo.
Quanto le dimissioni delle donne siano legate alla maternità lo si evince anche dall’incidenza per fasce di età: quasi un terzo delle dimissioni (14.128) si registra tra i 29 e i 34 anni, nella fascia di età in cui di solito le coppie diventano genitori (l’età media del primo parto è tra i 31 e i 32 anni), seguita dalla fascia di età più ampia che riguarda le famiglie con i figli piccoli (oltre 15mila dimissioni tra i 34 e i 44 anni).

Nella metà dei casi (15.825) le ragioni delle dimissioni sono espressamente riconducibili all’incompatibilità tra l’occupazione lavorativa e le esigenze di cura della prole. Nello specifico la necessità di lasciare il lavoro è dettata dall’assenza di parenti di supporto (11.792 casi nel 2017, in netto aumento rispetto ai 7.469 del 2016), o dall’elevata incidenza dei costi di assistenza al neonato (3.014 nel 2017, il doppio rispetto ai 1.475 del 2016) e sempre meno per il mancato accoglimento al nido (quasi mille casi nel 2017 contro gli oltre 6 mila del 2016), anche per effetto del pesante calo demografico.

Ma anche le dimissioni legate alla “situazione dell’azienda di appartenenza” (7.672) sembrano principalmente legate a condizioni di lavoro particolarmente gravose, difficilmente compatibili con la cura della prole (4.153, circa il 10% del totale), alla distanza dal luogo di lavoro (1.748) o per ragioni concernenti l’orario di lavoro (1.601 dimissioni). Queste ultime sono particolarmente legate alla mancata modifica degli orari lavorativi o mancata concessione del part time: a fronte di 2.228 richieste, il part time e la flessibilità sono stati concessi soltanto in 630 casi, neanche una volta su tre.

Il rapporto dell’Ispettorato del lavoro non monitora i casi di mobbing o delle pressioni più o meno lecite subite dalle mamme lavoratrici sul posto di lavoro, come quelle raccontate dalla nostra lettrice, ma alcuni dati aiutano a capire quanto in realtà spesso sia poco serena la scelta delle mamme di lasciare il lavoro.
Ad esempio, delle oltre 30 mila donne costrette alle dimissioni nel 2017, solo una su quattro (circa 6 mila donne) hanno trovato un nuovo impiego, mentre il nuovo incarico in altra azienda è saldamente la principale ragione della dimissioni dei papà lavoratori (2 casi su 3).

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Pubblicato il 08 febbraio 2019
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  1. Scritto da Felice

    Le priorità del governo: reddito di nullafacenza e vietare gli esercizi aperti alla domenica.
    Questi (soprattutto i 5S) stanno su di un altro pianeta, la realtà virtuale grillina. Vedete cosa succede a non vaccinarsi…

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