Matteo Bianchi: «Varese deve smettere di difendersi e tornare a rischiare»

Il consigliere comunale e già deputato leghista racconta le sue radici, la sconfitta del 2021 e la visione per il futuro della città capoluogo

Centrodestra

È Bossi ad avergli cambiato la vita. «Lui diceva di aprire una sezione della Lega sotto ogni campanile. Era un modo per dare assoluto valore ai territori». Matteo Bianchi è nato e cresciuto a Morazzone, ha fatto il sindaco a 29 anni, è stato deputato a Roma e ha rinunciato a tornarci. Oggi siede tra i banchi dell’opposizione in Consiglio comunale a Varese. È considerato da tutti, anche dagli avversari politici, una persona seria, profonda, attento conoscitore del territorio e delle questioni che lo riguardano e con cui dialogare è sempre positivo.

Nel tempo ha costruito una carriera solida che lo impegna tra Milano e Bruxelles con una forte attenzione alla dimensione europea. Laureato in Scienze politiche, oggi  ricopre oggi ruoli di consulenza come responsabile e coordinatore di progetti in ANCI Lombardia su Europa e finanza locale, assistente prestatore di servizi per il Parlamento Europeo con focus su advocacy, e soprattutto Vicepresidente del Comitato europeo delle Regioni dal febbraio 2025,  un incarico di prestigio in cui dà voce ai Comuni italiani su politiche UE come ricerca, innovazione e relazioni transfrontaliere, rafforzando il ruolo dei territori in Europa, oltre a Vice Segretario Aggiunto di ANCI Lombardia dal marzo 2025.

Lo incontriamo per parlare di politica, radici, di hockey, di demografia e di una città che, a suo dire, vive ancora sui frutti di un boom che si è esaurito sessant’anni fa.

Partiamo da Morazzone. Quanto hanno contato le radici di paese nella sua formazione?

«Moltissimo. Morazzone è il paese della mia famiglia da sempre, ci sono nato e cresciuto. Lì ho le mie amicizie e i miei affetti. E poi quel radicamento si è intrecciato con l’idea della Lega degli anni Novanta: nell’immaginario di Bossi, ogni campanile doveva avere la sua sezione. Il primo livello istituzionale in cui impegnarsi era quello comunale, il più vicino ai cittadini. Con quello spirito ho fatto il consigliere comunale a 19 anni, senza nessuna pretesa, solo per mettermi a servizio della mia comunità».

Generico 06 Mar 2023

Che famiglia era la sua?

«Una famiglia morazzonese da parte di papà, milanese da parte di mamma, di estrazione borghese e tradizionalista. Mio padre era il classico lombardo medio: piccolo imprenditore, lavoratore, e guardava alla politica con una certa diffidenza, come qualcosa che metteva i bastoni tra le ruote alla gente che voleva fare. Io invece, folgorato da Bossi, discutevo con lui e gli dicevo che bisognava impegnarsi, altrimenti la politica avrebbe continuato a condizionarci. In quel dialogo costante ho maturato le mie convinzioni».

Se dovesse scegliere un luogo del Varesotto che la rappresenta, quale sceglierebbe?

«Castelseprio, senza dubbio. In special modo Santa Maria Foris Portas, ma tutta l’area archeologica è quella che sento più mia. E se vogliamo trasbordarla ai giorni nostri: il territorio del Seprio storico corrisponde più o meno alla provincia di Varese. Era uno degli avamposti che presidiavano il nord della Lombardia. Un luogo di confine, di cerniera. Mi ci ritrovo.»

C’è stata anche una grande passione sportiva nella sua vita…

«L’hockey. Ho messo i pattini a sei anni quasi per caso: ero allergico agli acari della polvere e il medico consigliò sport invernali. Mio padre mi aveva già messo gli sci ai piedi a quattro anni, ma per mia madre portarmi ogni fine settimana in montagna era impegnativo, così ripiegammo sul palazzo del ghiaccio. Quello sport mi piacque moltissimo, poi coinvolse anche mio fratello Tommaso e mia sorella Sara. Lei insegna ancora».

Matteo Bianchi

Da sindaco di Morazzone introdusse il bonus bebè. Come vede oggi il calo demografico?

«Lo considero una variabile geopolitica, al pari dell’energia, del petrolio, dell’acqua, della cybersicurezza. Chi ha capitale umano giovane ha una prospettiva futura più rosea. Nel 2006 quell’iniziativa nacque dalle parole di Papa Ratzinger sull’inverno demografico: volevamo lanciare un sasso nello stagno. Ma oggi il tema è diventato il problema europeo per eccellenza. Senza demografia non c’è economia, spariscono le memorie storiche, le tradizioni. Muore una civiltà. Non basta sostenere le famiglie: bisogna attrarre talenti, costruire ecosistemi come la Silicon Valley, come sta cercando di fare Mind, l’area ex Expo a Milano. In Europa lo facciamo con molta più fatica».

Cinque anni fa si candidò a sindaco di Varese e perse al ballottaggio. Cos’ha imparato da quella sconfitta?

«È stata una sensazione nuova, ero disperato. Mi ricordo una telefonata di Giancarlo Giorgetti che cercò di riportarmi alla fotografia reale della situazione: mi disse che la gente di Varese aveva imparato a conoscermi e ne parlava bene, e che quello era l’aspetto più importante. Quella campagna l’ho fatta fino in fondo, ho perso quasi otto chili in quei tre mesi e ho remato controvento: nel 2021 il centrodestra ha perso dappertutto, da Milano a Roma. La nostra è stata comunque una sconfitta onorevole. E le idee portate in quella campagna sono rimaste patrimonio della città: alcune le ho viste realizzarsi».

Cosa la frustra di più nel ruolo di consigliere comunale d’opposizione?

«La mancanza di centralità del Consiglio comunale. Non è un’accusa a Galimberti in particolare: è un limite strutturale del sistema maggioritario. Garantisce stabilità di governo, che è preziosa, ma mortifica il ruolo dell’opposizione. A Varese il Consiglio comunale viene spesso usato come un consesso di ratifica di decisioni già prese dalla giunta. Questo diventa frustrante».

Qual è il problema più sottovalutato di Varese?

«La brand reputation. Varese fa fatica a trovare una propria connotazione rispetto ai suoi vicini: Milano ha la sua identità, Como la sua, Lugano la sua. Questa debolezza reputazionale scoraggia i capitali che vorrebbero investire, soprattutto nella rigenerazione urbana. L’unica grande area di rigenerazione partita concretamente è quella dell’ex Aermacchi, e non a caso l’ha fatta un imprenditore varesino, non qualcuno arrivato da fuori. Questo ci dice tutto sul nostro provincialismo. Dobbiamo smettere di chiuderci nella nostra ricchezza accumulata e aprirci al contesto europeo, come hanno saputo fare Milano con la finanza e la moda, Como con il turismo e il lusso, Lugano con i servizi e la fiscalità favorevole. Ognuna di queste città ha saputo costruire una narrazione di sé riconoscibile dall’esterno. Varese deve fare lo stesso, e deve farlo con urgenza, perché ogni anno che passa senza una direzione chiara è un anno in cui altri territori ci sorpassano».

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Il rapporto con Milano è opportunità o rischio di marginalità?

«Dipende da come ci si pone. Chi ragiona con una mentalità chiusa, ripiegata su se stessa, rischia la marginalità. Chi invece riesce ad aprirsi a una visione europea e cosmopolita,  e lo dico da liberale conservatore territorialista, quindi da qualcuno che ai territori ci tiene profondamente, può trasformare la vicinanza a Milano in una risorsa straordinaria.
Io mi immagino Varese come lo era Castelseprio: un avamposto, una cerniera, un luogo di passaggio che guardava verso nord e teneva insieme mondi diversi. Oggi quella funzione si può reinterpretare in chiave moderna. Varese deve collocarsi consapevolmente dentro il triangolo Lugano-Varese-Como, che però da solo non basta più: va allungato verso Milano, verso quella concentrazione di multinazionali, di capitali internazionali, di intelligenze che si è costruita attorno al capoluogo lombardo, e che ha nel progetto Mind, nell’area ex Expo, uno dei suoi punti di sviluppo più interessanti per i prossimi anni. In questo schema Varese ha una carta che nessun altro può giocare: è la porta verso la Svizzera, verso il nord, verso un sistema economico e finanziario come quello elvetico che non ha paragoni in Europa. Essere la cerniera tra Milano e Lugano, tra il dinamismo produttivo lombardo e la solidità del Canton Ticino, è una posizione di privilegio assoluto. Ma è un privilegio che va rivendicato con ambizione, non subìto passivamente. Il rischio vero, quello che mi preoccupa, è un altro: che Varese si limiti a fare da dormitorio per chi lavora a Milano o in Svizzera, senza costruire una propria capacità attrattiva autonoma. Quel modello impoverisce, non arricchisce. Dobbiamo fare in modo che Varese non sia solo un punto di transito, ma una destinazione: per chi vuole investire, per chi vuole aprire un’impresa, per chi vuole studiare e restare. Solo così il rapporto con Milano diventa una leva di crescita e non una condanna alla dipendenza».

C’è poi il tema dei frontalieri, molto sentito nel Varesotto…

«Gli svizzeri dicono che il Canton Ticino è il primo datore di lavoro dei lombardi, e non vanno molto lontano dalla realtà. Senza quei quasi trentamila frontalieri al giorno saremmo una provincia molto meno sviluppata. È una risorsa, ma va gestita con buone relazioni di vicinato: le tensioni tra Roma e Berna si scaricano sempre sui territori. E poi la fascia di confine va trattata come una zona speciale. Da parlamentare avevo proposto di allargare il cuneo fiscale per i lavoratori frontalieri: meno imposizione fiscale, più netto in busta paga, più incentivo a rimanere sul territorio».

Varese riesce a trattenere i giovani? E che ruolo può giocare l’università in questo?

«È un tema che sento molto, e i due aspetti sono strettamente collegati. Un giovane rimane in una città quando trova tre cose: opportunità di crescita professionale, un ecosistema dinamico e relazioni. In questo momento Varese fa fatica su tutti e tre i fronti, perché è chiusa nella ricchezza accumulata nel passato, una ricchezza che fatica a rimettersi in circolo per generare nuovi investimenti, nuova attrattività, nuova innovazione. E l’innovazione, per definizione, è materia dei giovani: sono loro ad avere le intuizioni, l’energia, la disponibilità a rischiare. Sul tema dell’università voglio essere chiaro: non metto in discussione la scelta fatta quasi trent’anni fa di collocare il campus a Bizzozero. In quel momento storico era la scelta giusta e ha portato una presenza universitaria importante a Varese. Ma oggi siamo di fronte a una sfida diversa: dobbiamo fare il salto di qualità, e questo significa portare le strutture universitarie progressivamente verso il centro urbano. Non è più un’opzione, è una necessità strategica. Una città universitaria vera, con gli studenti che vivono il centro, che frequentano i bar, le biblioteche, gli spazi pubblici, che si mescolano con i cittadini e con il tessuto produttivo locale, è una città che si rinnova continuamente, che attira energia dall’esterno, che genera quella contaminazione di cui Varese ha disperatamente bisogno. Guardatevi attorno: le città che sono riuscite a costruire un’identità solida e attrattiva per i giovani hanno quasi sempre un’università radicata nel loro cuore, non in periferia. Se riusciamo a fare questo, avvicinare l’università alla città, creare spazi dove studenti, imprese e istituzioni si incontrino davvero, allora possiamo cominciare a immaginare un ecosistema in cui il giovane laureato all’Insubria non vada automaticamente a cercare lavoro a Milano o a Lugano, ma trovi qui le condizioni per restare, per aprire una startup, per costruire qualcosa di suo. Oggi quella possibilità non c’è, o c’è pochissimo. Dobbiamo crearla».

Tra tutti i ruoli che ha ricoperto, qual è quello che ricorda con più piacere?

«Il sindaco di Morazzone, al cento per cento. Quando fui eletto la prima volta, nel 2009, avevo 29 anni. Avevo tantissima energia, tante idee e volevo realizzarle tutte subito. Quel primo mandato ha lasciato le basi per cose che si stanno realizzando ancora oggi».

Generico 30 Mar 2026

Perché ha rinunciato a subentrare in Parlamento dopo la morte di Bossi?

«Umanamente quella scomparsa mi ha colpito, e avrei preferito non trovarmi davanti a quella scelta. Dicono che sia stato l’unico nella Seconda Repubblica ad aver rinunciato a un subentro. Ma io in quel momento stavo ricostruendo un percorso professionale e territoriale. E onestamente, andare a Roma per dire che avrei difeso il mio territorio sarebbe stata una bugia: conosco quanto siano lente le dinamiche romane, quanto tempo e quanta energia servano per cambiare mezza virgola. Non me la sono sentita di prendere in giro me stesso né chi mi spronava ad andare. L’ho imparato giocando a hockey: ogni tanto bisogna lasciare spazio agli altri. Il deputato l’avevo già fatto. E Manuela Maffioli se lo meritava, visti i suoi anni nella Lega».

Che Varese vorrebbe tra dieci anni?

«Una Varese più ambiziosa, che non abbia paura della contaminazione. Mi piace usare questa parola: contaminazione sana, quella che arriva da stimoli esterni e scuote dall’interno. Abbiamo avuto il grande privilegio di vivere un boom straordinario negli anni Sessanta. Stiamo ancora vivendo su quel patrimonio. Non dobbiamo difenderlo con le unghie e con i denti, così lo eroderemmo,  ma rimetterlo a sistema. Se lo facciamo, la nostra capacità di fare impresa darà ancora i suoi frutti».

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Marco Giovannelli
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Pubblicato il 17 Aprile 2026
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