“Sono la mamma di una bimba down: l’Anaconda ha fatto molto per noi”
Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Simona, un'insegnate con quattro figli, una delle quali è seguita nella struttura oggetto in questi giorni di alcune indagini
Buongiorno sono Simona, mamma di una bambina down e insegnante. Mi è sorta una breve riflessione in merito ai fatti dell’Anaconda e uno spunto personale sull’educazione in senso lato. Se utile…
Siamo genitori di quattro figli, l’ultima dei quali di 13 anni con la Sindrome di Down. Lei frequenta normalmente la scuola media e per due pomeriggi, pranzi compresi, il centro Anaconda.
La sera prima dei pomeriggi fissati ci ricorda sempre che il giorno successivo bisogna essere puntuali a prenderla in classe, non dimentica mai di portare nulla, come tutti noi quando abbiamo un appuntamento importante. Arriva quindi al centro con la cartella e, se va bene, solo due borsette, a mo’ di Mary Poppins che “servono, perché faccio tante cose”. Saluta sorridendo, al ritorno in macchina si addormenta stanca e tranquilla.
Pranza, fa i compiti, gioca, cucina e soprattutto sta imparando a raccontarsi, a dare un nome ai suoi sentimenti, a non provarne timore perché nel tempo si è fidata di quell’ambiente. Non sono parole sue, ma è una constatazione ragionevole di tutta la famiglia, anche dei nostri figli ventenni. Un mese fa ha poi partecipato a una breve vacanza autogestita con alcuni ospiti e operatori. E’ stata la prima volta che ha dormito fuori casa alcune notti ed è tornata raccontando di aver lavorato con gli altri ragazzi, suggerendo anche lei il da farsi.
Il lavoro dell’educatrice segue un progetto personalizzato e nostra figlia ha fatto grandi progressi nelle autonomie, nel linguaggio e nella stima di sé come persona di valore. Il lavoro riabilitativo è stato pensato dopo un periodo di osservazione che ha svelato anche a noi familiari alcuni aspetti nuovi di lei.
Sono stati previsti obiettivi e metodologie per conseguirli, tutto condiviso con scuola e famiglia dall’intera rete di operatori.
Abbiamo riconosciuto nell’Anaconda un luogo di professionalità, di attenzione e di condivisione dei passi fatti sia attraverso incontri cadenzati che veloci dialoghi con l’educatrice, anche al momento del ritorno a casa.
Dialoghi brevi ma utilissimi: domande reciproche, idee, osservazioni o attenzione a capire il perché di certe giornate particolarmente gioiose o di altre più tristi e suggerimenti per aiutarla.
Ma da mamma e insegnante vorrei aggiungere qualcosa di più personale, anche in riferimento ai recenti fatti che vedono coinvolti educatori dell’Anaconda.
La nascita di nostra figlia è stato l’inizio di un cammino particolare e nuovo, di trepidazione e soddisfazione, sbagli e sorprese commoventi. L’educazione affascina, appassiona, fa soffrire e fa gioire e questo l’ho riconosciuto nel personale del centro.
E’ una tensione verso l’altro, un’irrequietezza perché l’altro cresca, uno scarto tra il desiderio del suo bene e l’inadeguatezza a perseguirlo.
Quando ho iniziato questo mestiere, ero timorosa; nessuno mi ha assicurato che bastasse voler bene, e volerne molto, e cercare di fare al meglio il mio lavoro per essere sempre all’altezza della mia attesa. Ho semplicemente iniziato un viaggio: educare, come vivere, per me è sempre ricominciare.
Simona e Paolo
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