Fiducia e speranza le parole chiave del Te Deum di San Silvestro

Sono questi i valori che più mancano nella società, riconosce monsignor Agnesi citando anche il rapporto Censis. "Bacchettate" alla cattiva politica. La richiesta: più attenzione alle periferie e al sociale. "Non è che occupandoci delle radici ci scordiamo di immaginare insieme un futuro?"

San Silvestro è, come vuole tradizione, il momento del Te Deum di fine anno in San Giovanni. Canto col quale si ringrazia l’Altissimo per l’anno appena trascorso. Oppure, proprio perchè è finito? Non è solo ironia chiederselo, quando le cose marcano così così. Come vedremo, la Chiesa bustocca non si nasconde che la realtà mostra aspetti difficili, dal punto di vista materiale, certo, ma soprattutto morale. A mancare, e da dover ripristinare, sono fiducia e speranza: le due chiavi di lettura dell’omelia del prevosto, monsignor Franco Agnesi.

A chiudere l’anno in gloria è la solennità della cerimoonia, con le varie presenze istituzionali (sindaco con fascia tricolore al primo banco, assessori, autorità civili e militari, ecc.). L’omelia del prevosto monsignor Franco Agnesi accoglie il compito di farsi un po’ portavoce e "summa" di auspici e speranze per il domani. Partendo dai misteri della fede. «Lodare Dio è la prima forma di realismo» è il suo invito, ricordando che si danno per scontate cose e fatti della vita che poi scontati non sono. Per lodare Dio «non serve molto», il refrain del prevosto, che ricorda gli esempi evangelici di Maria e dei pastori che invitati dall’angelo raggiunsero la grotta di Betlemme per vedere un neonato (non proprio Uno qualunque, ecco) in fasce deposto in una umile mangiatoia. Vero realismo, aggiunge monsignor Agnesi citando papa Ratzinger, «è quello di chi riconosce nella Parola di Dio il fondamento di tutto». Anche perchè «l’avere, il piacere e il potere si manifestano prima o poi incapaci di compiere le aspirazioni più profonde del cuore dell’uomo». Perchè l’uomo, se è uomo e creatura morale, aspira all’Assoluto. E, credente o no, solo in una fede o in una nobile causa può trovarlo.

Nell’omelia non è mancato un riferimento a un bustocco celebre scomparso cento anni fa: Enrico Dell’Acqua. Sul tema di qualcosa che «oggi sembra proprio mancare»: la speranza. «Un anno fa mi chiedevo perché sulla facciata della Basilica ci fossero le statue della Fede e della Carità e non quella della Speranza. Ho pensato che la generazione dei nostri nonni e bisnonni viveva di speranza…» e in quella chiave il Dell’Acqua «ha rappresentato un chiaro esempio di “visionario”, di un uomo, cioè, che ha la proiezione di uno scenario futuro sostenuto dalla speranza». E allora «forse all’epoca non c’era bisogno di fare una statua per ricordarsi che la speranza è una virtù».

E in un’omelia finisce anche un laicissimo rapporto del Censis sull’Italia come «Paese appiattito e sfiduciato, "senza più legge né desiderio"», preda di «comportamenti individuali improntati all’egoismo autoreferenziale e narcisistico», di «incapacità di agire insieme per uno scopo comune», del «deprezzamento del bene pubblico». Episodi cui si aggiungono «corruzione e favoritismi, violenza anche familiare, guerriglia urbana, bullismo». Si vive nel presente «perché si è spenta la memoria storica e si è affievolita la speranza di futuro; e invece di chiedersi "cosa fare?" si parla d’altro».
Questa è l’Italia. E Busto, piccola grande città di provincia (altrui)? «Non dobbiamo dormire sonni tranquilli» è l’invito del prevosto, «coccolandoci nel nostro glorioso passato». Ed ecco la "sveglia" ai dormienti: «Mi tormenta un pensiero, legato alle innumerevoli celebrazioni di anniversari cui partecipo. Non è che continuando a occuparci del passato, delle radici, dimentichiamo di cercare insieme delle idee per il futuro? Oppure le idee le deleghiamo: ma a chi? A chi sta lavorando solo per interessi propri più o meno leciti?» La politica, avverte il monsignore, ha una responsabilità: «essa presuppone una memoria storica (…) ma necessita anche di un progetto, cioè un insieme di idee per il futuro e una visione generale della società». Non si illuda però la cittadinanza in genere di non avere dei doveri, «a cominciare da chi ha intelligenza, cultura e mezzi», dalla comunità cristiana: e diviene centrale la scelta dell’educazione, «che vedrà impegnata la Chiesa italiana per i prossimi dieci anni». I vescovi italiani propugnano una società che «diventi sempre più terreno favorevole all’educazione, favorendo condizioni e stili di vita sani e rispettosi dei valori» e promuovendo lo sviluppo integrale della persona, l’accoglienza dell’altro, il discernimento della verità.

Il Rapporto Censis citato nell’omelia «conclude affermando che la nostra società italiana potrà uscire da questo stato di sofferenza soltanto se i cittadini “torneranno a desiderare”. Ma desiderare che cosa?» Neppure un monsignore, con le sue certezze, può rispondersi compiutamente da solo. Ma ci si prova.
«Per parte mia questo “qualcosa da desiderare” penso che sia la ricerca di uno stile di vita nuovo che ci porti a dire: non solo ‘io ho bisogno di te’, ma ‘io mi fido di te’». E’ quindi importante abbandonare ogni torre d’avorio personale e riconoscere le povertà (Busto sa farlo, dice Agnesi) e «operare insieme come un’orchestra sinfonica – in questo Busto, e anche i suoi preti, dobbiamo riconoscerlo, fa un po’ fatica». L’Arcivescovo «ricordava a noi preti che dovremmo fare meno, per fare meglio e farlo insieme: ci stiamo riuscendo? È importante, infine, operare non semplicemente dando cose ma incontrando persone, dedicando loro anche il nostro tempo, per stabilire dei liberi legami. Quanti drammi, anche recenti, ci hanno sconvolto; ma forse tardi ci si è accorti che mancava, prima che il rispetto della legge, una paziente relazione umana. L’esperienza di chi incontra regolarmente i “clochard” è chiarissima: la fiducia di avere un amico è il valore che rende umano e accettato un aiuto. Ma il desiderio di poterci fidare non è forse presente in ciascuno di noi?»

Oltre alla speranza, è quindi la fiducia la "cordicella" da riannodare nelle relazioni umane. Fiducia che si estende, va da sè, alla politica: tanto più se di qui a pochi mesi si vota per rinnovare l’amministrazione comunale. «Non spetta alla Chiesa fare sintesi e indicare le scelte»: non siamo nel 1948, e fa piacere saperlo. Agnesi si fa però megafono di richieste: «I Parroci mi hanno segnalato la necessità di particolare attenzione alle periferie», per i problemi economici di singoli e famiglie, per la mancanza di servizi, per la crisi abitativa, la sicurezza, i giovani, contro vandalismi e spaccio. Alla politica si chiedono «qualità di intelligenza, capacità e onestà», e di «operare per la formazione e la preparazione, specialmente delle giovani leve»; un politica che deve tornare un valore, «luogo di rigore morale e di impegno serio per il bene comune, non occasione di tornaconti personali, né ambito in cui muoversi con arroganza e prepotenza o da cui stare alla larga».

E allora torna il tema della lode a Dio come Qualcuno di cui fidarsi. «Non si può vivere senza fidarsi di qualcuno. Chi in qualche modo non si fida non vive». Ed è tragicamente vero. Dalle fiducie minuscole di ogni giorno alla Fiducia maiuscola: la fede in Dio, quella che ebbero Maria e i pastori. Quella che, con gratitudine, il monsignore ricorda delle famiglie che «ci hanno affidato i loro figli per la catechesi, la celebrazione dei Sacramenti e l’oratorio». «Il Papa non ha nascosto la grande prova subìta dalla Chiesa proprio nell’anno dedicato al sacerdozio» è il diplomatico riferimento del monsignore, e non ci dilungheremo oltre; «essa è stata vissuta come occasione di purificazione e rinnovamento interiore».
Altri segni di fiducia per la comunità cristiana bustocca: «la stesura della “Carta di Comunione per la Missione”, firmata alla fine della Processione del Corpus Domini e consegnata al Vescovo insieme con la Regola di Vita dei Preti». Circa cinquecento persone hanno lavorato insieme per diversi mesi. Detto ciò, «attenzione che la Carta di Comunione non diventi una “comunione di carta”!» E ancora: l’unione tra i giovani di San Giovanni, San Michele e Sacro Cuore che stanno dando vita al “Centro di Pastorale Giovanile”. Sono i giovani, riconosce Agnesi, che «soffrono sulla loro pelle le grandi questioni di senso, talvolta senza averne piena coscienza; il senso della vita», l’amore, il corpo, lo studio, la famiglia, il futuro, la libertà, Dio. Quella Divinità da cui molti giovani sono lontani «anche se ne hanno bisogno. Su queste cose c’è molto lavoro da fare, ci vogliono veri educatori e giovani convinti. La comunità cristiana deve vigilare per essere, o diventare, cristiana davvero. Non deve difendere se stessa e il suo passato ma avere lo slancio per aggredire il futuro». Altro segno di fiducia, infine, il Fondo Famiglia Lavoro, apprezzata iniziativa dell’Arcivescovo Tettamanzi «per accompagnare le famiglie che più soffrono per la crisi». Nella nostra Provincia infatti anche il 2010 «si chiude nell’incertezza e nella consapevolezza di una crisi economica e produttiva ancora molto pesante». "Ripresina" o no, per troppi è ancora buio pesto in termini di redditi. «La mancanza di interventi significativi sul prolungamento degli ammortizzatori sociali e di scelte tese a sostenere la crescita e lo sviluppo» è la bacchettata, ancora rivolta al mondo politico, «rischia di tradursi, oltre che in un’ulteriore perdita di posti di lavoro, anche in un taglio consistente dello Stato sociale, con riflessi pesanti soprattutto per le fasce deboli della popolazione: i disoccupati, gli anziani, gli sfrattati e gli stranieri. Questi ultimi doppiamente in difficoltà: perdendo il posto di lavoro, dopo molti anni di presenza sul territorio si vedono costretti alla clandestinità». Insomma: non le si manda a dire.
A Busto la fiducia è estesa però «al coordinamento che i Servizi Sociali promuovono con Associazioni e Istituzioni, espressioni della società civile e delle parrocchie, per valutare i problemi abitativi delle famiglie». Il Fondo Famiglia Lavoro a Busto Arsizio «ha aiutato circa 55 famiglie con un contributo diocesano di circa 140.000 €, mentre dalla nostra Città sono state inviate in diocesi offerte pari a circa 16.000 €. Altre offerte, pari a circa 18.000 €, sono state raccolte da parrocchie e associazioni per sostenere una decina di famiglie, seguite dalla Caritas Decanale, che non rientravano nei criteri del Fondo».

Infine, l’invito agli appuntamenti per il 2011: il 14 Febbraio in San Giovanni l’Eucaristia con un vescovo e con tutti i parroci della città, per ricordare il venteismo anniversario della morte di don Isidoro Meschi: «prete, educatore, profeta di carità». Il 17 Aprile, poi sarà a Busto l’Arcivescovo Dionigi Tettamanzi, che ha scelto Busto Arsizio per radunare gli adolescenti della Diocesi. Sarà, naturalmente, il benvenuto.

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Pubblicato il 31 Dicembre 2010
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