“Prompt, estetiche e credibilità”: il rapporto tra intelligenza artificiale e immagini
Nell'agorà di Materia la terza giornata di Glocal 2025 ha ospitato il filosofo e artista digitale Francesco d'Isa, che mostra bias e la (scarsa) efficacia dei deepfake
«Fotografare è inquadrare, e inquadrare è già escludere», scriveva Susan Sontag. Ed è questo il baricentro del ragionamento di Francesco D’Isa scelto per raccontare il modo in cui anche le intelligenze artificiali “inquadrono” il mondo.
Al Festival del Giornalismo di Varese Glocal, il panel di sabato 8 ottobre dal nome AI generative e immagini: prompt, estetiche, credibilità, è stato moderato da Alberto Puliafito e ha visto D’Isa – filosofo e artista digitale -, aprire una riflessione sulle implicazioni etiche e narrative degli strumenti utilizzati per generare, modificare e verificare le immagini in contesto redazionale.
Con le sue slide ha introdotto il concetto di attrattori semantici, «le zone di significato che si influenzano tra loro». «Se chiedo all’intelligenza artificiale un’immagine di Will Smith dal dentista viene sorridente, perché nel dataset Will Smith è associato al sorriso – spiega D’Isa proiettando nella sala di Materia alcune rappresentazioni -. Con Tim Burton dal dentista invece produce immagini oscure, Caravaggio un olio del Seicento, la Monna Lisa di schiena non riescono mai a farla».
D’Isa ha spiegato che questi modelli «prevedono e, nel prevedere, usano un metodo statistico», generando ciò che è più probabile, non ciò che è vero. I bias, ha aggiunto, nascono dal modo in cui vengono scelti i dati per addestrare le AI: «Ogni raccolta di dati comincia con una scelta, e nessuna scelta è neutrale». Così, nei dataset, le infermiere (nursery, in inglese un termine neutro) sono quasi sempre donne e i boss uomini bianchi, di mezz’età, in giacca e cravatta, l’immagine occidentale del manager statunitense con alle spalle un grattacielo. Persino chiedendo di creare una persona “brutta”, l’AI restituisce un volto simmetrico e levigato, perché ha appreso che il “bello” coincide con la regolarità.
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