Varese vista da fuori: tre storie di chi è arrivato e ha deciso di restare
Una medica palestinese, un imprenditore toscano, un manager milanese. Yara Jubran, Fabrizio Brogi e Giuseppe Geneletti hanno raccontato perché hanno scelto questa città, e cosa chiedono al suo futuro
C’è stata una domanda al centro della serata del 9 giugno al Salone Estense, già emersa durante il lavoro di preparazione del libro Cosa sarà: perché scegliere di venire a vivere a Varese oggi? Perché collocare lì la propria sede operativa? Perché scommettere su questo territorio?
A rispondere non sono stati politici o amministratori, ma tre persone che a Varese non sono nate e che pure, in momenti diversi della vita e per ragioni diverse, hanno deciso di restare.
Yara Jubran: «Varese per me è casa»
Yara Jubran è arrivata dalla Palestina nell’agosto del 2009. Aveva 19 anni, viaggiava da sola e inseguiva un sogno preciso: diventare medico. «La decisione di fermarmi in Italia non è stata particolarmente pianificata. Anzi, è stata una decisione dell’ultimo momento». L’Italia la conosceva come turista:«ho sempre avuto un’impressione bellissima, il cibo, i posti meravigliosi, le persone disponibili», ma vivere un posto è un’altra cosa rispetto a visitarlo.

I primi mesi sono stati duri. «Mi sono ritrovata a dover gestire tutto da sola: la ricerca di una casa, i coinquilini, una burocrazia completamente nuova, l’iscrizione all’università, il test di ammissione, il permesso di soggiorno. Tutto questo con una conoscenza molto limitata della lingua italiana». La difficoltà più grande, dice, è stata «Non trovare un servizio o un punto di riferimento dedicato agli studenti stranieri. L’inserimento e l’adattamento alla nuova realtà l’ho dovuto affrontare praticamente da sola».
Poi è cominciato il percorso di medicina all’Università dell’Insubria. Una facoltà già impegnativa di per sé, affrontata in una lingua nuova, con esami spesso orali e una gestione dello studio che richiedeva grande autonomia. «Ci sono stati momenti in cui ho seriamente pensato di mollare tutto e tornare a casa». Non l’ha fatto. Nel 2018 si è laureata, dopo quasi dieci anni.
Oggi Yara Jubran è medico, specializzanda in Anestesia e Rianimazione all’Ospedale di Circolo. «Ho trovato collaborazione, competenza e una forte volontà di migliorare in modo continuo». Ha una famiglia, due figli piccoli, e sta conoscendo dall’interno il sistema dei servizi per l’infanzia. «Nel complesso è un’esperienza molto positiva, ma credo che si possa fare di più per sostenere le famiglie che lavorano, soprattutto nei mesi estivi quando gli asili e le scuole dell’infanzia sono chiusi. Molti centri estivi non accolgono i bambini sotto i 5 anni, e quelli disponibili hanno spesso costi elevati che non tutte le famiglie possono permettersi».
Tornando alla sua esperienza da studente, Yara chiede alla città di investire nell’accoglienza degli studenti internazionali. «La nostra università è una realtà di qualità in continua crescita che attira sempre più giovani da tutto il mondo» sottolinea, nell’esplicitare la richiesta. E da mamma, chiede di sostenere concretamente le famiglie con bambini piccoli. Ma conclude: «Oggi Varese per me è casa. È il luogo che mi ha accolto, che mi ha dato opportunità, che mi ha permesso di crescere come persona, come professionista e come donna. È qui che ho costruito il mio futuro, la mia famiglia, una parte importante della mia identità».
Fabrizio Brogi: «Il rischio è diventare una Disneyland»
Fabrizio Brogi parla ancora toscano, dopo vent’anni. Lo ha fatto notare lui stesso, con la stessa franchezza con cui ha affrontato tutta la sua testimonianza. Fondatore e presidente di NAU!, il brand italiano di occhiali con sede a Castiglione Olona, ha scelto Varese due volte. La prima quando, dopo quindici anni a Milano, si è chiesto dove far crescere i propri figli. «Fra Milano e Varese la scelta è stata semplice». La seconda quando, insieme alla moglie Monica, ha dovuto decidere dove realizzare l’idea imprenditoriale che sarebbe diventata NAU!. «Ci siamo chiesti se tornare a Milano, oppure andare altrove. Magari a Lucca, alla ricerca di un equilibrio tra lavoro, impresa e vita familiare». La risposta, per la seconda volta, è stata Varese.

Per due ragioni. La prima è il tessuto imprenditoriale. «Il tessuto varesino ha mille difetti, per carità di Dio, ma ha milleuno pregi per cui vale la pena lavorare e mettere su impresa qui». La seconda è più specifica: il distretto dell’occhialeria. «Il primo distretto industriale di occhialeria post rivoluzione industriale non è stato il Veneto, non è stato il Cadore: è stata la Valle Olona. Tutto è nato da lì». Essere inseriti in quel contesto, dice Brogi, ha un valore immateriale che va oltre i numeri. «La facilità di uscire e parlare con i tuoi fornitori, con altri esperti, con chi sa: questo, per chi è appassionato del proprio lavoro, vale moltissimo».
Ma la parte più tagliente del suo intervento è arrivata dopo. Brogi ha detto di essersi sentito «un po’ a disagio» di fronte ad alcuni dei temi emersi dal lavoro di VareseNews. «Alcuni temi mi sembravano troppo facili, di facile presa, ma forse era il caso di andare a scavare sotto». La domanda che conta, per lui, non è come rendere più veloci i collegamenti con Milano («sacrosanta, sia chiaro, se potessimo andarci in 40 minuti sarebbe fantastico») ma un’altra: «Come fare in modo che i nostri figli, dopo essere cresciuti bene, dopo aver fatto il liceo e l’università, dopo essere andati in giro per il mondo, abbiano voglia di tornare a Varese?»
Il paragone che ha usato è quello con Siena, la sua città di origine: «Ho visto Siena diventare negli anni sempre più marginale. I collegamenti contano, le scelte politiche per i collegamenti contano, però poi conta anche quello che ci fai. Il rischio è di avere delle Disneyland: città bellissime, favolose, ma dove non c’è il cuore. Dove la domanda “torneranno i figli?” non ha una risposta sicura».
Per NAU! trovare le professionalità giuste non è sempre facile, in un territorio che compete con Milano e con Lugano. «Questo è uno dei rischi che vedo nel medio termine. Da qui mi aspetto risposte dalla politica».
Giuseppe Geneletti: «Bisogna saper guardare questo territorio con lo sguardo fine»
Giuseppe Geneletti è arrivato a Varese nel 1997 con «il tipico pregiudizio che la provincia è piccola, lenta, noiosa, di bottega». Milanese, Bocconi, master in Francia, esperienze negli Stati Uniti: non era esattamente il profilo di chi si aspettava di mettere radici in un capoluogo lombardo di provincia. E invece: «Non me ne sono più andato davvero», ha detto. «Sì, ho continuato a lavorare a Milano, adesso a Parma, ma la base è sempre rimasta qua».

Per raccontare questo legame ha scelto cinque tappe. La prima è una serata del 2008-2009 a Comerio, all’uditorio della Whirlpool, dove Attilio Fontana, allora sindaco di Varese, ha tenuto un discorso «poetico, civile, culturale» sul lago di Varese. «Ho capito che bisogna guardare questo territorio con lo sguardo fine. Non accontentarsi delle brochure delle agenzie di viaggio». Da lì è nato un amore per il lago e per il paesaggio che non lo ha mai abbandonato.
La seconda tappa è la Whirlpool stessa, con i suoi colleghi americani che arrivavano a Comerio «dal Michigan al lago di Varese» e scoprivano qualcosa di inatteso. «La qualità della vita da queste parti era veramente alta. E anche la qualità del management: un manager italiano abituato a crescere relazioni internazionali, a gestire le dinamiche di un’Europa mai veramente fatta».
Molti di quei colleghi, dice Geneletti, sono poi diventati grandi dirigenti di multinazionali in tutto il mondo. «Tantissimi colleghi hanno imparato qui a gestire dei business che poi sono diventati parte della loro carriera».
La terza è la Scuola Europea di Varese, dove le sue figlie hanno studiato. «Un istituto di formazione ma veramente di apertura delle menti. L’apertura alle lingue, alle culture diverse, allo sport, alla sostenibilità: mi ha fatto capire che in questo territorio quell’attrattività è molto importante». A riprova: un suo collega olandese, che aveva vissuto in Cina e in Romania, ha deciso tre anni fa di trasferire la famiglia da Modena a Varese proprio per la Scuola Europea. «Vive adesso a Inarzo, a fianco a me».
La quarta è il ciclismo. «Grazie a un’associazione dilettantistica ho scoperto chilometro per chilometro di cosa è fatto questo territorio: le salite, le curve, i piccoli villaggi, le chiesette. È questo il modo per amarlo. Perché così uno incontra persone, incontra luoghi, incontra la memoria».
La quinta è la Elmec di Brunello: un’azienda che dà lavoro a 900 persone e che costruisce infrastrutture digitali scalabili e sostenibili. «Nel mondo stanno costruendo quarantamila Brunello», ha detto Geneletti. «Dentro una provincia come Varese c’è già una struttura che ci insegna come si fa a fare le cose su una scala sostenibile, con uno sguardo umano». Un esempio, per lui, di come si possa leggere il globale partendo dal locale.
La sua tesi di fondo è semplice: «Le province che vincono sono quelle in cui la densità delle relazioni è molto alta. Non la dimensione. Varese non deve competere con Milano o con Lugano: è la qualità delle relazioni, la densità delle connessioni relazionali che rende un territorio vincente».
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