Guardie padane. “Indagato per 19 anni, ho avuto giustizia”
L'odissea giudiziaria di Stefano Cavallin, accusato tra le altre cose di voler deprimere il sentimento nazionale
La giustizia italiana ci ha messo 19 anni a prendere una decisione sulla vicenda delle Guardie Padane: oggi a Bergamo il gup Tino Palestra ha dichiarato il non luogo a procedere per i 33 imputati.
Il procuratore capo Gianluigi Dettori chiedeva il processo per tutti con l’accusa di «associazione militare a scopi politici». In tutti questi anni l’indagine si era più volte fermata anche perché alcuni imputati erano parlamentari.
La storia ha ormai superato il clima politico in cui nacque l’inchiesta del pm Guido Papalia a Verona, nel lontano 1997, ma intanto c’è chi è rimasto impigliato per 19 anni alla qualifica di indagato.
Stefano Cavallin, dirigente della Lega Nord provinciale, è uno dei 33 assolti e questa mattina, quando ha saputo la notizia dai suoi avvocati, Attilio Fontana e Patrizia Esposito, ha avuto una reazione più che umana. «Qualche lacrima mi è scesa».
La vicenda di Cavallin, se si vuole, è ancora più bizzarra. «Sono leghista e ovviamente ero in sintonia con l’idea delle guardie padane. La magistratura voleva farle passare per un corpo paramilitare, ma non era così. E comunque io non ne facevo nemmeno parte. Mi avevano chiesto se volevo assumere l’incarico di responsabile della provincia di Varese ma all’epoca ero operaio e con i turni di notte non avevo tempo. Lo dissi, ma il mio nome rimase scritto in un registro che venne sequestrato all’epoca. Da allora ho vissuto questo calvario. Tra le accuse c’era anche quella di attentato contro l’unità dello stato e di voler deprimere il sentimento nazionale, leggi che risalivano ancora al fascismo».
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