L’ospedale di Varese apre agli interventi chirurgici privati
A distanza di decenni dalla chiusura della clinica santa Maria, l'azienda Sette Laghi ripristina l'attività di libera professione per i chirurghi che, però, utilizzeranno i letti "pubblici"
Da qualche settimana, l’ASST Sette Laghi ha aperto la possibilità di fare interventi chirurgici privatamente. Dopo anni di discussione e proposte, il direttore Callisto Bravi ha dato attuazione a quello che viene definito “un diritto dei medici” e che già veniva applicato per le visite ambulatoriali.
Il sistema è ancora in fase di rodaggio e ha avuto poche applicazioni, si parla di meno di una decina. I pazienti che vogliono e possono pagare vengono trattati secondo un canale differente dal sistema sanitario nazionale. Il rapporto che si instaura è esclusivo con il medico prescelto che effettua l’intervento con personale da lui scelto e che aderisce su base volontaria.
Due, però, sono i sistemi offerti. Il primo si chiama “libera professione” e offre un modello misto: il paziente sceglie il medico da cui farsi operare ma entra nella programmazione ordinaria e quindi nella lista d’attesa. Questo canale è più economico perché il 70% dei costi viene coperto dalla Regione Lombardia.
Il secondo modello è quello completamente privato e si chiama “Solvenza aziendale”: il paziente sceglie il chirurgo e sosterrà completamente tutti i costi dell’intervento e del ricovero. Questo tipo di trattamento prevede una lista parallela proprio perché è al di fuori dal Sistema sanitario nazionale.
Il programma dovrà comunque essere approvato dalla Direzione sanitaria dell’ospedale e ottenere il nulla osta della direzione medica di presidio il giorno stesso dell’intervento. Le autorizzazioni sono legate proprio ai flussi di lavoro anche e soprattutto in relazione alla saturazione del pronto soccorso che a volte condiziona l’attività programmata.
Il personale coinvolto è scelto dal medico in base alle disponibilità e all’idoneità: nell’estate scorsa, la direzione aveva fatto passare una circolare tra i dipendenti chiedendo il consenso a prestare la propria opera in regime di libera professione.
Il sistema, pur nel pieno della legalità, è quindi limitato dalla disponibilità dei letti. Attualmente gli ospedali dell’ASST non hanno riservato alcuna quota ai “solventi” per cui si occupano i letti ospedalieri del servizio sanitario.
Per un ospedale come Varese che registra un livello di saturazione elevatissimo a causa del ridotto numero di posti in rapporto alla popolazione di riferimento, sarà un’impresa far coesistere le lunghe liste d’attesa con un’attività libera professionale potenzialmente in crescita.
Oggi i casi sono veramente residuali in quanto si arriva da una tradizione decennale in cui Varese non faceva attività privata. Unica certezza è che, al momento del blocco dell’attività di ricovero programmata per problemi di sovraffollamento del pronto soccorso, uguale direttiva varrà anche per le liste private.
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