La madre di Binda: “Mio figlio non è il mostro”

L'interrogatorio col gip potrebbe finire presto, l'uomo arrestato per il delitto di Lidia Macchi non ha interesse a fare dichiarazioni in questa fase dell'indagine

Lidia Macchi Story

“Questo è un incubo, il mondo ci è crollato addosso, mio figlio non può essere quel mostro”. Sarebbero queste secondo l’Ansa le parole di Maria Botti, 74 anni, la madre di Stefano Binda in carcere da venerdì per l’omicidio 29 anni fa di Lidia Macchi. La donna, che non ha mai rilasciato interviste, l’avrebbe detto ai parenti (nella foto, il primo articolo che comparve su La Prealpina, il 7 gennaio del 1987).

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Sempre secondo l’Ansa, anche la sorella di Stefano, Patrizia, 50 anni, un paio più di lui, ha scambiato qualche sms con le amiche più care. “E’ una tegola che ci ha colpito in pieno…”, ha scritto ad una conoscente che abita poco distante. Domani intanto nel carcere Miogni di Varese l’uomo sarà interrogato dal Gip.

L’avvocato Sergio Martelli è prudente. “Devo esaminare con attenzione tutte le carte – spiega – vedremo domani mattina”. Secondo indiscrezioni tuttavia Stefano Binda non risponderà e si avvarrà della facoltà di non rispondere. Una strategia che ha una logica: spesso, nelle ordinanze di custodia, gli inquirenti non inseriscono tutte le prove a loro disposizione, dunque in questa fase può essere meglio evitare di fare dichiarazioni che sarebbero poi utilizzate in un eventuale processo e che potrebbero evidenziare delle contraddizioni.

stefano binda

L’ordinanza, e su questo l’avvocato Martelli concorda, lascia ancora dei margini di difesa. Gli inquirenti non hanno trovato il dna di Binda nei lembi della busta inviata a casa dei genitori di Lidia il 10 gennaio del 1987 (nell’ordinanza il gip Anna Giorgetti scrive che il dna sulla busta non è stato mai identificato, ma che la circostanza potrebbe anche significare che Binda aveva un complice). Gli amici che avevano partecipato alla vacanza di Pragelato per la maggior parte non ricordano, più che escludere categoricamente la sua non partecipazione. E non ci sono a distanza di 29 anni delle tracce dell’indagato nel luogo del delitto.

A Brebbia in tanti credono alla sua innocenza. “La mamma e la sorella sono disperate e sono pochi quelli che sono riusciti a vederle in questi giorni – ha detto all’Ansa una lontana parente, Giselda, che abita quasi di fronte l’abitazione dei Binda ed è coetanea della madre di Stefano – Io non ho ancora trovato il coraggio di telefonarle, ma so che mia figlia si è sentita con la sorella, sono cresciute insieme e hanno la stessa età”.

di roberto.rotondo@varesenews.it
Pubblicato il 18 gennaio 2016
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