«Assolvete Binda, questo è il processo delle suggestioni»

Per la difesa degli avvocati Martelli ed Esposito mancano le prove. E per dimostrare la fragilità del castello accusatorio, un’arringa che parte dal passato

Testimonianza Stefano Binda processo Lidia Macchi

Il processo delle suggestioni e degli indizi, delle pennellate di nero date ad una persona che nulla c’entra con l’omicidio di una quasi coetanea, 31 anni fa, e che rischia di passare il resto della vita in galera da innocente. «Prendi uno Stefano Binda che non lavora, vive con la mamma a 50 anni, ha un passato di abuso di droghe e gli “fai il vestito” del colpevole: Binda alcolizzato, omosessuale, trascinatore, assassino. Forse, se fosse stato uno stimato professore di filosofia, non sarebbe finito così. Assolvetelo con formula piena».

“IL” PROCESSOA parlare è la difesa, negli atti finali del processo sulla morte di Lidia Macchi. Penultima udienza che compone il mosaico di quello che a Varese è “il” processo, più ancora di quell’omicidio delle mani mozzate che mai prima si era visto e che qui da noi è arrivato, mischiandosi, per un certo verso, con quello in corso (Giuseppe Piccolomo fu ritenuto per un certo periodo l’autore dell’omicidio Macchi) e che vede di fronte alla Corte d’Assise una persona che tra qualche giorno, il 24, saprà la decisione del giudice. Il giorno della verità, quella processuale.
Una difesa portata a segno “rapidamente” dagli avvocati Patrizia Esposito e Sergio Martelli che anche loro, la suggestione, l’hanno saputa usare, a partire dai due casi del passato che hanno fatto del processo penale oggetto mediatico.

IL CASO MONTESI – Così nel processo Macchi entra un’altra giovane del passato, vittima di non si sa chì, ma forse prima vittima di quella fame di particolari scabrosi, orge, misteri, festini e potere che fu il caso Wilma Montesi, una bella ragazza della stessa età di Lidia, che nel 1953 venne trovata morta nella spiaggia di Torvaianica: «Indagini subito indirizzate su morte naturale, poi annegamento, poi archiviate, poi riaperte perché i genitori non accettarono che la morte della figlia finisse nell’oblio», ha ricordato l’avvocato Esposito cominciando così l’arringa dove è stato citato, anche se non direttamente, un altro frammento del passato che ha fatto storia, utilizzato dalla difesa per raccontare di abbagli presi ai danni di innocenti: è il caso del “biondino di piazzale Lotto”.

IL BIONDINO DI PIAZZALE LOTTO – Anche qui siamo nel bianco e nero, ma della Milano fine anni ‘60 dove un militare che sta facendo rientro a casa, Pasquale Virgilio (“Max”) viene scambiato per un rapinatore che qualche giorno prima aveva assaltato un distributore di benzina uccidendo Innocenzo Prezzavento, 48 anni, per rapinargli l’incasso. Il Virgilio viene catturato dai carabinieri perché il suo identikit combacerebbe con quello dell’assassino intravisto da un testimone (in realtà lui è più basso e castano chiaro, non un metro e 80 e biondo). Viene messo in carcere a San Vittore, in isolamento. Si apre il processo e poi il colpo di scena dopo tre anni e tre mesi: l’avvocato Giandomenico Pisapia, papà del futuro sindaco di Milano scagiona Max per una confidenza che lo libera dai vincoli: l’assassino è un altro.
Perché queste lunghe digressioni? Perché la difesa il 20 aprile scorso ha voluto dimostrare con questi esempi quale sia il potere dei media e del processo che questi possono fare prima del vero, e unico, procedimento, in aula, e che compete al giudice valutare.

IL GIUDICE POPOLARE – Giudice che l’avvocato Martelli ha ricordato essere anche quello popolare, previsto dal nostro ordinamento forse per inserire «il buon senso del cittadino e del popolo nelle aule di giustizia», che «per conoscerle bisogna frequentarle, come sostiene il magistrato milanese Armando Spataro».

Avarie

LE PERIZIE – E allora ecco punto per punto la difesa che ha dimostrato l’insussistenza a dell’impianto accusatorio: le costosissime perizie sul Parco Mantegazza a Varese, setacciato per trovare l’arma del delitto, mai rinvenuta. Lo stesso al Sass Pinin di Cittiglio, luogo del ritrovamento di Lidia Macchi. Il teste definito dalla accusa “cardine” del processo, Elio Dafina – secondo il quale la frequentazione di Lidia con Stefano sarebbe provata dalle gite di quest’ultimo a Milano, marinando la scuola – che attendibile non sarebbe per disturbi legati alla schizofrenia: «Compromette la memoria».
Ancora, a risalire, la perizia genetica che non trova coincidenza fra il dna mitocondriale trovato nei capelli rinvenuti nella zona pubica di Lidia dopo la riesumazione e quello dell’imputato. Le perizie grafologiche configgenti – «e in questo caso, illustrissima Corte, in dubio pro reo», ha affermato Martelli – e quelle merceologiche insufficienti sui fogli del quaderno trovato nella casa di Binda con quello della famosa lettera “In morte di un’amica”. Su questo la discussione della difesa è stata chiara: non si tratta della firma dell’omicida, casomai dell’ultimo, anonimo, commiato di una persona molto religiosa, vicina alla vittima, e i riferimenti al “velo strappato” non sono da imputarsi alla verginità persa dalla ragazza nel bosco maledetto, quella notte, ma alla simbologia cristiana legata alla morte, come quella di Cristo.

CENTO PENNELLATE DI NERO – L’avvocato Martelli ha molto insistito sul concetto di “pennellate di nero” date al profilo di Binda: così un cellulare trovato nella biblioteca del carcere di san Vittore dove l’imputato è detenuto sarebbe la prova di comportamenti abbietti, una multa per guida in stato d’ebbrezza si trasforma in dedizione all’alcolismo.

I TRE MOVENTI – «L’unico indizio presente in questo processo – ha spiegato l’avvocato Esposito alla fine dell’udienza – è l’auto bianca che alcuni testimoni hanno visto la sera dell’omicidio. Peccato che non è quella di Binda perché lui quella sera non era a Cittiglio, bensì alla vacanza di Pragelato e l’abbiamo provato».
Resta poi l’altro punto su cui i difensori hanno insistito: la presenza dei diversi moventi proposti finora: secondo l’accusa l’omicidio è maturato in un contesto di grande trasporto sentimentale di Lidia per Binda, un innamoramento, sfociato poi nel violento rifiuto di quest’ultimo verso la ragazza, e nel rimorso esiziale per aver compiuto un rapporto sessuale. Per l’avvocato Daniele Pizzi, legale della famiglia, si sarebbe invece trattato di una violenza sessuale sotto minaccia di coltello, subita dalla ragazza che avrebbe giurato di fargliela pagare cara all’assassino, il quale per coprirsi l’avrebbe uccisa. E poi ancora una terza ipotesi, ricordata di recente da autorevoli voci della stampa, contenuta anche nell’ordinanza d’arresto firmata dal Gip, che vedrebbe un rapporto consumato senza la minaccia di un’arma, tuttavia riconducibile ad una violenza sessuale seguita dalla perdita del controllo dell’uomo, offuscato dai rimorsi, che estrae la lama e uccide in maniera brutale.

La decisione del giudice arriverà tra quattro giorni.

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di andrea.camurani@varesenews.it
Pubblicato il 21 aprile 2018
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