Comincia il processo per l’incendio alla Martica

Un anno fa il rogo che bruciò centinaia di ettari. La difesa sostiene che l’uso del “flessibile“ non poteva essere la causa dell’innesco

L'incendio sulla Martica

Secondo la difesa dell’imputato finito di fronte al giudice con l’accusa di essere il responsabile del grande incendio alla Martica nel gennaio 2019 le scintille di un flessibile che taglia il metallo non sono in grado di innescare un incendio boschivo.

Test, rilievi di laboratorio che dimostrerebbero il quasi impossibile nesso di causalità fra l’uso di quell’utensile, il cascame metallico e la capacità di quest’ultimo di poter fungere da innesco in un prato di foglie secche. Motivo: «Le scintille arrivano a terra già spente e non in grado di bruciare».

A dire il vero più che un “prato“, quello che stava appena sotto il monte che fa da spartiacque con la Valganna in un versante con elevati dislivelli era un “mare“ di foglie di faggio e castagno che prese fuoco alimentato dal vento.

Era sera, già buio, ché le fiamme si vedevano a chilometri attaccare i versanti in due tronconi in grado rapidamente di risalire la montagna e “scavalcare“ la vallata.

Risultato: ettari di roverelle ed eriche centenarie andate in fumo e un danno quantificato in milioni di euro anche per via degli alti costi per lo spegnimento tradotti in decine e decine di ore di volo di Canadair ed elicotteri: vennero scaricati migliaia di metri cubi d’acqua. Per questi fatti lunedì è incominciato a Varese il processo.

La difesa, patrocinata dall’avvocato Sonia Montalbetti ha chiesto l’esame dei testi e si è riservata di chiedere l’esperimento giudiziale sul “flessibile“ (posto sotto sequestro), nome con cui viene comunemente chiamato il disco rotante con cui erano in corso quella sera di inizio gennaio lavori all’aperto nel retro di un ristorante in località Motta Rossa.

Le indagini partirono immediatamente, condotte dai carabinieri forestali di Varese di Arcisate che nel tardo pomeriggio del 3 di gennaio riuscirono a raccogliere le prime testimonianze e ad operare gli iniziali rilievi. Già alla fine del giorno successivo negli ambienti investigativi trapelava con chiarezza l’assenza della pista del piromane per lasciar spazio all’imprudenza, o all’imperizia nel maneggiare all’aria aperta un macchinario in maniera troppo disinvolta per il luogo e il periodo: la Regione aveva da poco diramato un’allerta proprio per via dello stato dei boschi (non molto diverso dalla condizioni attuali).

I passi della Procura di Varese partirono subito spediti e a metà maggio erano già chiuse, cui seguì in estate la richiesta di rinvio a giudizio. Nel frattempo però arrivò anche il calcolo della sanzione amministrativa sulla base della perimetrazione della superficie boschiva andata distrutta, calcolo fatto dai carabinieri forestali grazie alle strumentazioni anche aeree applicate sul territorio. La cifra inizialmente ipotizzata era di circa 7,5 milioni. «La sanzione è di 6,5 milioni. Si tratta anzi, tecnicamente di un “accertamento di sanzione“, il primo atto propedeutico all’ordinanza», spiega lo stesso avvocato Montalbetti. La prossima udienza è prevista per metà settembre.

di andrea.camurani@varesenews.it
Pubblicato il 15 gennaio 2020
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